Cultura

Per Umberto Saba non fu facile affermarsi come poeta, ma fu uno dei maestri del Novecento

“Nascere a Trieste nel 1883 era come nascere altrove nel 1850”: così scriveva di sé Umberto Saba (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), nascondendosi appena dietro lo pseudonimo di Giuseppe Carimandrei, all’inizio di Storia e cronistoria del Canzoniere, lunga prosa di commento alla propria opera poetica uscita nel 1948.

La Trieste del giovane Saba – anche questo uno pseudonimo: il cognome del poeta è Poli – è in effetti una città, dal punto di vista della cultura, ancora pienamente ottocentesca: appartenente all’impero asburgico ma di vocazione fortemente italiana, cosmopolita e “nevrotica” nel suo “trafficante amalgama” di lingue e culture diverse – “vi sono, oggi ancora, triestini che hanno nel sangue dieci dodici sangui diversi” (Inferno e paradiso di Trieste, 1946) –, offre al giovane poeta una formazione tipicamente classica, allenata soprattutto sulla lingua di Petrarca, Pascoli e Leopardi.

Ed è proprio questo tirocinio “attardato” che fa l’originalità della poesia sabiana: una poesia “onesta” – la sola cosa che “resta da fare ai poeti”, come recita il titolo di uno scritto del 1911 inizialmente molto poco fortunato –, anzi una poesia di “ardita sincerità” (Ed amai nuovamente, 6-7), che con “rime festose” e nutrite di letteratura sia capace di rimanere aderente alla vita, di dare voce e ritmo alle passioni con naturalezza.

In effetti, la “Musa schietta” di Saba parla di tutto (Me stesso ritrovai, 2): parla della temporanea crisi con la moglie Lina, che nel 1911, dopo appena due anni di matrimonio, si invaghisce di un altro e abbandona la casa di Chiarbola (“Per quante notti che insonne ho giaciuto, / per l’orror di levarmi ogni mattina, / tu buona, tu mia dolcissima Lina; / tu dimmi in carità: Come hai potuto?”, Per quante notti, 1-4); parla del gioco del calcio, di cui in un’intervista televisiva del 1956 il poeta racconta di essere stato appassionato, per la “bellezza visiva dello spettacolo” e per quel senso di fratellanza fra i giocatori e la folla che si crea durante la partita e al momento del goal (“Pochi momenti come questo belli / a quanti l’odio consuma e l’amore, / è dato, sotto il cielo, di vedere”, Goal, 10-12); e parla soprattutto di Trieste, sempre presente anche in quei moltissimi testi che della città “non fanno nemmeno il nome”, alla quale il poeta sente di appartenere profondamente e che sente profondamente sua (“Avevo una città bella tra i monti / rocciosi e il mare luminoso. Mia / perché vi nacqui, più che d’altri mia / che la scoprivo fanciullo, ed adulto / per sempre a Italia la sposai col canto”, Avevo, 46-50).

Ad aprire il Canzoniere ci si trova ad attraversare insieme al poeta tutta la città, il porto, le viuzze della città vecchia, la collina, in mezzo al brulicare della folla più varia e viva – “gente che viene che va / dall’osteria alla casa al lupanare” (Città vecchia, 5-6): sulla via di casa ci si siede con lui in una “povera osteria” (“E della birra mi godo l’amaro, / seduto del ritorno a mezza via, / in faccia ai monti annuvolati e al faro”, Dopo la tristezza, 4-6); si entra insieme Al Panopticum (“Sono entrato, e a mio modo mi ricreo, / dove ha la folla il suo divertimento, / a un Fondo Ralli o Fondo Coroneo”, vv. 1-3) o in uno dei caffè del centro (“Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi / ripete l’ubriaco il suo delirio; / ed io ci scrivo i miei più allegri canti”, Caffè Tergeste, 1-3); e via via si ha l’impressione di una “coraggiosa affermazione della vita […] sullo sfondo di una bella giornata. Di una bella giornata vissuta […] a Trieste” – così ancora il poeta-commentatore di Storia e cronistoria del Canzoniere, che nella sua poesia è sempre capace di “far primavera” (La solitudine, 10).

Eppure per Saba non è stato facile affermarsi come poeta: solo nei tardi anni Venti – quando è già uscita la prima edizione del Canzoniere (1921) col marchio “La libreria antica e moderna”, quello della sua stessa libreria antiquaria – arriva a editori prestigiosi come Treves e Solaria, che pubblicano rispettivamente Figure e canti (1926) e Preludio e fughe (1928), e infine a Einaudi, presso cui esce nel 1945 la seconda edizione del Canzoniere.

L’anno successivo Saba viene insignito del premio Viareggio, e nel 1951 i premi Taormina e dell’Accademia dei Lincei arrivano a mitigare anni di angoscia e di nevrosi ormai galoppante, insieme all’amicizia sempre più salda, tra gli altri, di Montale, Sandro Penna e il giovane Vittorio Sereni. Fino all’estremo omaggio di Franco Fortini, che nell’ultima raccolta, Composita solvantur (1994), riconosce in Saba, nella sua “lunga” poesia che inizialmente non aveva amato, uno dei maestri del Novecento (Saba, 20). Ma l’immagine del poeta rimane quella che già nel 1924 Saba stesso affida al sonetto finale di Autobiografia – “tranquillo” nello spazio appartato della sua libreria antiquaria, intento alla scrittura “onesta e lieta” in mezzo “all’oro vario” delle antiche copertine (Una strana bottega, vv. 3-7) – e che più tardi, nel 1960, Sereni raccoglie in un ritratto in versi del poeta già defunto (Saba): l’immagine di un uomo che, dietro l’apparenza semplice degli inseparabili attributi “berretto pipa bastone”, era capace, scrivendo, di “dare vita” “a chi stava ad ascoltarlo”.