Cronaca

Morto Valerio Onida, dalla cattedra a Milano alle posizioni sui referendum: chi era l’ex presidente della Corte Costituzionale

L'ex giudice si è spento all'età di 86 anni. Dopo il terremoto delle elezioni politiche del 2013, fu scelto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano come uno dei dieci "saggi" che avrebbero dovuto elaborare un programma comune per la formazione del nuovo governo

È morto a 86 anni Valerio Onida, uno dei più celebri costituzionalisti italiani. Avvocato e professore ordinario all’Università Statale di Milano per 26 anni (dal 1983 al 2009), il 24 gennaio del 1996 venne eletto giudice della Corte costituzionale dal Parlamento in seduta comune. Ne divenne presidente il 22 settembre 2004, quattro mesi e otto giorni prima di terminare il mandato novennale. Da docente è stato il maestro e il relatore della tesi di laurea di Marta Cartabia, anche lei futura costituzionalista, giudice e presidente della Consulta, nonché ministra della Giustizia nel governo Draghi. È stato presidente per tre anni dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, per sette anni dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri per la storia della Resistenza (succedendo a Oscar Luigi Scalfaro) e per quattro anni del Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura.

All’attività professionale e accademica Onida ha sempre accompagnato un intenso impegno politico-sociale. Vicino alle posizioni del Pd, negli anni Novanta fu referente milanese dell’Ulivo di Romano Prodi. Nel 2005, appena terminato il mandato da giudice costituzionale, a quasi settant’anni iniziò un periodo di volontariato allo sportello giuridico del carcere di San Vittore. Nel 2010 – su proposta di un comitato di intellettuali e professionisti – si candidò alle primarie del centrosinistra a Milano che incoronarono Giuliano Pisapia candidato sindaco, piazzandosi terzo dietro al futuro primo cittadino e all’archistar Stefano Boeri. Due anni e mezzo più tardi, dopo il terremoto delle elezioni politiche del 2013, fu scelto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano come uno dei diecisaggi” che avrebbero dovuto elaborare un programma comune per la formazione del nuovo governo.

Nel 2016 si schierò – in linea con la stragrande maggioranza degli studiosi – per il no al referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi: anzi, impugnò addirittura il quesito di fronte al Tar del Lazio chiedendone lo “spacchettamento” per mancanza di omogeneità, sostenendo che tenesse insieme troppe modifiche diverse e in alcuni casi incoerenti tra loro, ma il ricorso fu respinto. Quattro anni dopo invece sostenne il sì al referendum sul taglio dei parlamentari: il Parlamento “non funzionerà peggio, anzi potrebbe funzionare meglio se si coglie questa occasione per mettere mano a tanti aspetti dei regolamenti e delle prassi. Oggi le Camere non funzionano bene”, disse a Repubblica. All’inizio di quest’anno, in una delle ultime prese di posizione pubbliche, firmò l’appello di numerosi giuristi ed ex presidenti della Consulta che definiva l’auto-candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale “un’offesa alla dignità della Repubblica”.