Politica

Ucraina, con la nuova cortina di ferro la distanza tra Letta e Berlinguer si avverte più che mai

di Monica Valendino

Dal dolce Enrico all’amaro Enrico il passo è stato lungo ma inesorabile e oggi che si sta ricostruendo una nuova cortina di ferro assumono ancora più valenza i pensieri di Berlinguer a confronto di quello che dice Letta, che non è nemmeno lontanamente erede del vecchio PCI. Oggi il Pd dalla lotta popolare è passato alle lotte per il potere interno e per il potere politico al quale non vuole rinunciare, con l’ideologia che l’ha fatto nascere che rimane un lontano ricordo.

“Il rispetto delle alleanze non significa che l’Italia debba tenere il capo chino”, diceva Berlinguer e oggi il suo pensiero è più che mai attuale con l’Italia in guerra di fatto, succube delle decisioni della Nato. Una guerra, quella tra Russia e Ucraina, che continuerà all’infinito se si continuano a inviare armi, forse anche con l’intento mai dichiarato di arricchire chi le produce (l’Italia è tra i cento maggiori produttori di armamenti con due grandi società, Leonardo e Fincantieri). Oggi Enrico Letta è tra gli esponenti europei più duri contro la Russia, ferreo ed intransigente atlantista che continua a volere assecondare le richieste di Kiev (armi, armi e ancora armi), incurante dei costi che comportano a livello umano e indifferente verso chi sostiene che la carneficina si può fermare solo con un naturale epilogo della guerra: smettendo di gettare benzina sul fuoco.

“Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico. Questo non vuol dire che nel blocco occidentale non esistano problemi: tanto è vero che noi ci vediamo costretti a rivendicare all’interno della Nato il di­ritto dell’Italia di decidere in modo autonomo del proprio destino”, rivendicava Berlinguer indicando la posizione strategica dell’Italia nello scacchiere mediterraneo e mondiale. Un ponte più che una portaerei a disposizione degli aerei Usa. Un ponte che può unire con la diplomazia le parti avverse, senza per questo non condannare invasioni e dittature.

“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela” sosteneva Berlinguer, mentre oggi Letta ripudia anche quel sistema maggioritario che ha dato una certa alternanza dal 1994 in poi, sistema voluto proprio dal PdS dal quale oggi il Pd non ha perso solo la “S”, sistema che nonostante sia stato inquinato negli anni fino al “Rosatellum” ha impedito un penta o un esapartito che in nome di una non ben chiara unità nazionale forma sempre e comunque un governo di tutti e, quindi, di nessuno.

“Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza“, continuava Berlinguer capendo che si doveva trovare una terza via tra il comunismo in stile sovietico e il liberismo assoluto a stelle e strisce. Il segretario del Pd rispecchia invece i valori di un movimento interclassista, sostenitore sì di alcune battaglie civili ma senza alcun ancoraggio sociale, con in mente sempre una coalizione in cui però non si capisce chi farà la sinistra perché quel che conta è stare sempre accanto ai grossi finanziatori.

“Noi rifiutiamo che a pagare siano i soliti, gli operai, le masse popolari. E riteniamo che se sacrifici devono essere, e tutti in maniera proporzionata vi devono contribuire, debbono contribuire a raggiungere determinati traguardi, non a far tornare indietro il Paese”, affermava senza se e senza ma Berlinguer. Oggi Letta è più che mai distante dai problemi della sua gente: “Embargo su petrolio e gas Russia!”. E non importa se l’Ucraina compra ancora il gas di Mosca mentre chiede agli altri di non farlo, non importa se a pagare il prezzo di questa scelta saranno le imprese e i cittadini, esausti di una crisi perenne che sembra servire solo a creare una paura che legittimi un governo e un Pd sempre più distanti dalla gente.

“Non ci può essere creazione del nuovo se si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà”: Berlinguer e la sua dolceamara contemporaneità.

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