Ambiente & Veleni

Perché cambiamento climatico e gender gap sono legati (e bisogna risolvere entrambi)

di Roberta Ravello

Gli eventi meteorologici estremi minacciano le donne in modo maggiore, a stabilirlo è il report intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite del 28 febbraio.

Il rapporto rivela che attualmente ci sono da 3,3 a 3,6 miliardi di persone che vivono in contesti altamente vulnerabili ai rischi del cambiamento climatico. Entro il 2100, le condizioni meteorologiche estreme aumenteranno probabilmente di quattro volte e fino al 75% della popolazione mondiale sarà esposta a calore e umidità non abituali, e dunque potenzialmente pericolosi, specialmente per le persone in stato di fragilità. Infatti, poiché la temperatura terrestre continua ad aumentare, la popolazione mondiale dovrà affrontare livelli maggiori di malattie, povertà e insicurezza alimentare.

L’IPCC ha riscontrato che le conseguenze del cambiamento climatico sono più dure per le donne. Le Nazioni Unite stimano che l’80% delle persone sfollate a causa del cambiamento climatico sono appunto loro, diventando, insieme ai bambini, le vittime più predisposte all’ingiustizia climatica.

Il cambiamento climatico ha un impatto maggiore su coloro i cui mezzi di sussistenza dipendono dalle risorse naturali.
Specialmente nei paesi caratterizzati da una povertà elevata, le donne sopravvivono con l’agricoltura e l’allevamento essenziali, ottenendo da queste le risorse per vivere. In questa situazione, i disastri naturali legati ai cambiamenti climatici possono privarle della loro principale fonte di sostentamento. Rispetto agli uomini, le donne corrono un rischio maggiore che ciò accada nei paesi dove coltivano la terra e allevano animali domestici per nutrire se stesse e le persone dei villaggi.

Le donne in tutto il mondo scontano una maggiore povertà e un minore accesso ai diritti umani fondamentali rispetto alle loro controparti maschili. Di conseguenza, le donne sono anche meno in grado di rispondere alle sfide dei cambiamenti climatici, che presupporrebbero la capacità di investire per contrastare quegli effetti dannosi o di trasferire la propria attività altrove se necessario. Questo è impossibile in quei paesi dove le donne non hanno diritti sulla terra che coltivano o sugli animali che allevano.

Inoltre, la violenza di genere aumenta quando le nazioni affrontano periodi di instabilità economica e politica; congiunture destinate a intensificarsi se la salute della Terra continua a deteriorarsi. In povertà, tutto si fa più difficile, incluse le lotte di potere per l’accesso alle poche risorse disponibili, che vedono le donne sconfitte in partenza.

Con questo svantaggio di natura economica, le donne sono altresì escluse dai processi politici e, quindi, incapaci di attuare politiche attente al clima. La ricerca ha mostrato una forte correlazione tra la rappresentanza delle donne nei ruoli di leadership politica e l’adozione di politiche climatiche più attente all’ambiente, nonché alla riduzione delle emissioni. Eppure:
solo 1/3 delle posizioni decisionali sotto la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi sono ricoperte da donne.
solo il 15% dei ministri dell’Ambiente sono donne.

A questo proposito, l’Italia ha avuto un solo ministro dell’ambiente donna finora, Stefania Prestigiacomo (Pdl) dal 2008 al 2011. C’è da augurarsi che il prossimo ministro dell’Ambiente possa essere donna ed avere un mandato pieno e lungo una intera legislatura.

In conclusione, per preservare e promuovere i diritti delle donne su scala globale, la crisi climatica deve essere affrontata immediatamente e con la massima urgenza in modo da sanare le disuguaglianze di genere.

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