Cultura

Tra genio e follia, due consigli letterari per sentirsi meglio con quel che si ha

In tempi come questi è sempre più importante riuscire a dedicare dello spazio al proprio bisogno di evasione. Per fortuna, tra guerre, pandemie, bollette e altri incubi della contemporaneità, a dare alla vita un tocco di fondamentale leggerezza ci pensano i libri. Ecco quindi due suggerimenti tra le novità più originali dell’ultimo periodo, che spero vi faranno tenere il naso tra le pagine smettendo di (per un po’) all’attualità.

Il primo titolo che vorrei consigliare è Il digiunatore di Enzo Fileno Carabba, edito da Ponte alle grazie. Questa biografia letteraria, un po’ storica e un po’ fantastica, racconta la vita di Giovanni Succi, il più grande digiunatore di tutti i tempi. La vicenda di questo figlio di Cesenatico che, per un tiro mancino del destino, invece di finire ben pasciuto alla guida della prospera azienda pescatoria di famiglia, si ritrova in Africa mezzo morto, appartiene sia al mito che alla storia contemporanea.

Colpito dalla malaria mentre è alla ricerca del suo posto nel mondo, viene salvato dall’intervento di uno sciamano, grazie al cui meraviglioso elisir Succi viene, secondo la leggenda, posseduto dallo spirito del Leone, che gli permette di rinunciare a nutrirsi per intere settimane, senza per questo perdere un filo di vigore. Una volta ripresosi e forte di questa incredibile capacità, Succi torna in Europa, dove inizia a sfoggiare le sue doti di fronte a chi non è disposto a credergli.

Seguendo l’esempio delle creature mitiche che avevano colorato il suo immaginario nelle estati della riviera, come l’uomo cavallo senza milza, Succi diventa un’attrazione. Dopo infiniti tentativi di smascherarne la fraudolenza, saltuari ricoveri coatti in manicomio e analisi sempre più approfondite, Succi viene infine accettato per quello che è, una specie di superuomo capace di imprese prodigiose.

Gli incontri coi numerosi personaggi storici dell’epoca, da Freud a Dino Campana, da Cesare Lombroso a Buffalo Bill, rendono l’opera curiosa e godibile fino all’ultima pagina, grazie soprattutto alla penna di Carabba che, passando con disinvoltura dalla narrativa per ragazzi a quella per adulti, senza mai perdere la brillantezza del suo stile, realizza questo piccolo capolavoro, che divertirà i lettori più curiosi soprattutto grazie agli esilaranti battibecchi mentali tra lo spirito dello sciamano e quello della nonna, sempre divisi tra il vedere il protagonista in forma o sciupato.

Il secondo consiglio è Riproduzione, di Ian Williams, edito da Keller. Vincitore dello Scotiabank Giller Prize, questo romanzo ha inizio negli anni Settanta e racconta la vicenda di Felicia ed Edgar, una coppia decisamente improbabile, che si forma in ospedale al capezzale delle rispettive madri morenti. In un susseguirsi di mezze verità, bugie, malintesi velati e forzati, Felicia ed Edgar finiscono per generare un bambino, anche se, quando Felicia scopre di essere incinta, è piuttosto sicura di ricordare che Edgar le abbia detto di essersi precedentemente sottoposto a vasectomia.

Così i due si lasciano e il piccolo Army cresce pieno di dubbi sul padre, cui la mamma risponde con la massima possibilità di evasione concessale dal linguaggio, suo e del romanzo che, forte di una struttura totalmente insolita, sorprende il lettore anche nella forma. Per la ciclicità degli eventi che fanno parte della quotidianità a tutte le latitudini, Edgar riappare dopo molti anni, diverso, ma ancora una volta privo dell’empatia necessaria a fare di lui un personaggio migliore.

Questo romanzo, sorretto da uno stile un po’ folle che potrebbe far pensare a un incontro tra Joyce e Beckett, cerca di dar vita a un vero e proprio processo riproduttivo tra le sue pagine, che però non avrà l’esito sperato. Tra scalette di capitoli che riportano ai cromosomi e pillole di flussi di coscienza, Riproduzione si propone come un romanzo che vuole mischiare popoli e punti di vista, generando un mix che, partendo dal Canada e orbitando sopra i Caraibi, giunge fino ai nostri giorni, riportandoci principalmente la visione della protagonista. Felicia è nera, povera e, per quanto forte, sottomessa alla società patriarcale. Il suo essere madre di un maschio non la mette al riparo dall’ingombrante corredo genetico che il padre trasmette al figlio bianco e ricco, che si manifesta non solo in termini di somiglianza fisica ma anche psicologica.

La trasformazione della società negli anni non mette mai la donna al riparo dalla spada di Damocle della sua condizione, e anche il modo in cui le sue famiglie si formano all’interno del romanzo danno a tutto un tocco di ineluttabilità, mai di consapevolezza. Follia delle follie, il romanzo a un certo punto si ammala, trasformandosi anche tipograficamente in qualcosa destinato a generare altro, come a voler dimostrare che nemmeno le intenzioni dell’autore possono portare serenamente a un finale controllato, lieto o meno che sia. Non vedevo nulla del genere dalla tenia de Il Lercio di Welsh. Il tema centrale dell’opera è dunque che non tutti sono fatti per riprodursi che, come riflessione, rispecchia il travaglio della società occidentale di fronte ad argomenti come l’aborto, verso il quale osserviamo un potente movimento reazionario, per lo più sostenuto da uomini.

Entrambi i titoli proposti oltre all’evasione offrono una riflessione sulla perdita, del cibo, dei figli, della fiducia o della gioia, offrendoci però esempi costruttivi di resistenza, che potrebbero infine farci sentire più felici di quello che abbiamo, anche quando ci sembra poco. Buona lettura!