Ambiente & Veleni

Amazzonia: se non brucia non fa notizia ma la deforestazione continua più di prima

di Gaetano Benedetto, presidente centro studi Fondazione WWF Italia

Se non brucia non fa notizia. Ma la deforestazione in Amazzonia, anche a causa degli incedi dolosi, continua più di prima. Recentemente l’Istituto nazionale di ricerche spaziali (Inpe) del Brasile ha pubblicato le analisi sulla deforestazione riscontrata nel gennaio di quest’anno, tramite le immagini satellitari. In un solo mese sono scomparsi altri 430 km quadrati di foresta, come a dire che gennaio 2022 è stata rasa al suolo una superficie simile a quella del Parco Nazionale di Abruzzo Lazio e Molise. Ma il dato clamoroso non è solo questo, quanto il paragone rispetto al gennaio 2021: a gennaio di quest’anno la perdita della foresta amazzonica è stata cinque volte superiore.

I dati dell’Inpe sono agghiaccianti: 9724 sono i km quadrati deforestati nel solo 2021, una superficie dunque superiore all’estensione delle Marche, e negli ultimi tre anni il processo di deforestazione in Amazzonia è aumentato dal 52%, insieme agli incendi, incrementati del 25%. Secondo un rapporto di Greenpeace nel periodo di presidenza di Jair Bolsonaro (eletto nell’ottobre 2018) l’aumento sarebbe addirittura del 75,6 %.

Il Presidente Bolsonaro è supportato dai grandi proprietari terrieri e allevatori brasiliani e non per caso ha modificato le disposizioni che affidavano alle popolazioni indigene la gestione dei confini dei loro territori (affidandoli al ministero dell’Agricoltura) e ha cercato di limitare le competenze dell’Inpe affidando il monitoraggio satellitare dell’Amazzonia all’Istituto Nazionale di Meteorologia, collegato sempre al Ministero dell’Agricoltura. Tereza Cristina Dias, ministro dell’Agricoltura in Brasile, è accusata di essere troppo vicino alle lobby degli allevatori, ed è la prima ad ammettere che il disboscamento dell’Amazzonia avviene per la necessità di creare nuovi pascoli per la produzione di carni di cui il Brasile è tra i leader mondiali (il primo per le carni bovine); dal suo punto di vista, al momento senza troppo successo, ha anche cercato di garantire una tracciabilità dei capi prodotti dai cosiddetti fornitori indiretti di bestiame, sostanzialmente allevatori che producono senza controlli e che poi rivendono ad altri allevatori che a loro volta commercializzano le carni anche sui mercati mondiali.

È proprio nell’enorme interesse economico connesso a questo passaggio che deve individuarsi la motivazione dell’aumento della deforestazione che, secondo un rapporto del WWF, per l’80% è direttamente o indirettamente connessa alla crescita, spesso illegale, degli allevamenti estensivi.

La risposta concreta alla crescita mondiale della domanda di carne data dal Brasile ha impatti ambientali pesantissimi che si ripercuotono a livello globale. Così, se da un lato il volere complessivo degli allevamenti sotto la Presidenza Bolsonaro è aumentato del 14,7% (nel 2020 il Brasile ha esportato carni per 37 miliardi di dollari), da un altro tutti noi paghiamo le modalità con cui questa crescita è stata realizzata. La paghiamo come impatto sul cambiamento climatico, come perdita di biodiversità e certo nessuno mette sul piatto dell’economia la contabilizzazione di questo danno.

Questa importazione di carni a basso costo (in gran parte congelate e l’Italia è il primo importatore in Europa di carni bovine) ha certamente anche un rilievo economico oltre che un potenziale rischio di sicurezza alimentare. La Copa-Cogeca, cioè la Federazione europea che comprende le associazioni di agricoltori e le cooperative agricole, ha denunciato come ci siano stati casi dove le carni brasiliane d’importazione in Europa abbiano avuto certificati di esportazione falsificati e requisiti veterinari ignorati, ha quindi chiesto all’Unione Europea provvedimenti più severi e una regolamentazione più stringente. Ma ora i nuovi dati dell’Inpe ci impongono di considerare queste misure come non ulteriormente prorogabili.

Per ridurre l’impatto dei consumi Ue sulle foreste e gli ecosistemi naturali, tra cui quelli del Brasile da cui l’Unione Europea importa gran parte dei prodotti, si sta discutendo in queste settimane in Parlamento Europeo una nuova proposta di legge. Ora più che mai è cruciale il contributo di tutti, per questo, partecipando alla campagna Together4Forests a questo link: https://www.wwf.it/cosa-puoi-fare-tu/petizioni/together4forests/, potremo sollecitare i nostri ministri e parlamentari europei affinché supportino questa proposta di legge. Facciamo sentire la nostra voce per le foreste.