Politica

Fine vita, per il leghista Pagano è un disegno di massoni, bolscevichi e sessantottini: l’intervento (con gaffe)

Da Papa Francesco a Pier Luigi Bersani, passando per l’oncologo Umberto Veronesi, il filosofo tedesco Adorno e lo scrittore inglese Chesterton (chiamato “Chesterfield”), l’intervento pronunciato ieri alla Camera dal deputato leghista Alessandro Pagano sulla legge relativa al fine vita è una specie di zibaldone di aforismi, di slogan cattolici e di reminiscenze storiche, che partono addirittura dalla Rivoluzione francese e da quella bolscevica.

Sulla legge, il cui esame è stato rinviato al 15 febbraio, granitica è la posizione del partito capeggiato da Matteo Salvini, come premette Pagano: “Il provvedimento vede la Lega profondamente contraria non per partito preso o per un pregiudizio ideologico, ma perché noi siamo profondamente convinti delle motivazioni di ordine antropologico, culturale e sociale. Noi della Lega ci permettiamo di offrire un ragionamento, non uno stereotipo, non uno slogan, non discorsi mielosi o piagnucoloni finalizzati per qualcuno. No! Questo stile lo lasciamo a chi è privo di argomentazioni”.

Pagano fa quindi un excursus storico, definendo la legge sul fine vita “una norma eutanasica, figlia dei nostri tempi”, aggiungendo: “È un processo di disgregazione plurisecolare, iniziato nel 1717, quando a Londra nacque la prima loggia massonica, che trova poi sviluppo sociopolitico nella Rivoluzione francese, un rafforzamento nella Rivoluzione bolscevica del 1917 e pieno sviluppo soprattutto nella rivoluzione antropologica culturale del 1968. L’uomo, dopo aver voluto tagliare completamente i cordoni ombelicali con Dio – spiega – arriva con la rivoluzione del 1968 a distruggere se stesso, quasi a volersi strappare la pelle, a togliersi tutte le dinamiche di una vita normale e privarsi della sua vita, del suo senso della famiglia, del suo senso di appartenenza, delle sue radici, della sua identità, del suo genere sessuale, fino ad arrivare ad annichilirsi e autodistruggersi. Un vero e proprio suicidio complessivo”.

Nel corso dell’intervento del leghista, più volte dai banchi dell’Aula si sollevano borbottii di disapprovazione, ma Pagano è convinto e irremovibile: “Non penso sia il caso di banalizzare su questo tipo di argomento anche perché le distrazioni potrebbero talvolta essere fuorvianti”.
E prosegue con la sua tesi, menzionando prima una frase dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton contro i negazionismi (“Arriverà un momento in cui, per dire la verità, per dire che le foglie d’estate sono verdi, bisognerà sguainare la spada”) e poi sciorinando tutte le brutture della nostra società: “Il paradigma “Dio, uomo e società” si è invertito. Oggi al primo posto c’è l’uomo, anzi il superuomo, che pensa di fare tutto e il contrario di tutto, che pensa di fare nascere i figli con l’utero in affitto, che pensa di sopprimere la vita in qualunque caso, senza “se” e senza “ma”, con l’aborto, che pensa che la vita deve essere tolta senza un ragionamento complessivo, come nel caso dell’eutanasia, oppure che il genere sessuale deve essere cambiato sulla base di un semplice desiderio, di un semplice capriccio“.

Pagano poi passa a citare Papa Francesco, che ieri, nel corso dell’udienza generale del mercoledì, si è espresso duramente contro il fine vita.
Il leghista attacca i colleghi che hanno criticato le parole del pontefice: “Non è possibile che si plauda il giorno prima il Papa che va da Fazio e poi si facciano dichiarazioni di questo genere in Aula. Parlano cani e porci su qualsiasi argomento e il Papa, la massima autorità mondiale, da un punto di vista etico, non deve parlare, perché dà fastidio. Allora a questo punto cito, la dichiarazione di Papa Francesco per intero”.
Lode pubblica di Pagano al deputato di LeU, Pier Luigi Bersani, di cui riporta in modo mozzato una sua riflessione del 28 marzo 2017 sull’importanza dell’umanizzazione del fine vita (“l’accompagnamento al morire è l’unico servizio collettivo di cui non si parla se non a ridosso di vicende drammatiche ed estreme).

Ormai immerso totalmente nella fregola delle citazioni, Pagano sfodera poi il nome di Umberto Veronesi, ma non riesce a trovare il foglio con la frase da menzionare. Va quindi a memoria, ma si riscatta con il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, di cui declama a mo’ di aforisma una frase totalmente decontestualizzata e molto gettonata sui siti cattolici (“Il progresso, visto da vicino, è come passare dalla fionda alla megabomba”).

Il monologo torrenziale di Pagano, che approfitta pure per porgere le condoglianze al relatore dem della legge, Alfredo Bazoli, colpito da un lutto in famiglia, spazientisce irrimediabilmente il vicepresidente di turno, Fabio Rampelli, che più volte lo invita a concludere.
Dopo tre richiami, il parlamentare di Fratelli d’Italia riuscirà a convincere il collega del Carroccio, che annuncia l’astensione del suo partito alla richiesta di rinvio dell’esame del provvedimento.