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Afghanistan, c’è chi sta facendo quello che può per salvare vite umane (anche nel suo piccolo)

Carramba che sorpresa, l’Occidente ha riscoperto Kabul. Se esiste un aspetto apprezzabile delle tragedie umane è che aiutano noi occidentali a scoprire nuovi territori. Kabul, per gentile concessione del fato (o di Joe Biden), è tornata a essere un tema di attualità: lo sarà fino al 30 agosto, poi finirà nei servizi del telegiornali dopo il meteo e l’angolo rosa di qualche top-influencer. La ragione di questa “vita breve”, nei media, è presto detta: il sangue aiuta a fare audience ma, dopo un po’, se non c’è sangue, la gente gira canale. I talebani stanno facendo troppo i bravi ragazzi.

Ho come la brutta sensazione che molti giornalisti sul campo (o i valorosi giornalisti, distanti migliaia di chilometri, dai loro alberghi a 5 stelle di Istanbul o Shangai…) sperassero che i talebani, una volta preso il potere, avrebbe cominciato a squarciare corpi con maceti o sparare sulla folla in modo dissennato. I talebani, invece, sono veramente cattivi: hanno un loro portavoce che spiega che “la situazione è tesa ma si sta facendo una transizione pacifica”; insomma i talebani cominciano a diventare troppo noiosi. I Tg devono seguire la logica, dopo tutto il “prime time” di una televisione viene pagato dalla pubblicità: poco sangue, pochi ascolti, poca raccolta pubblicitaria.

Ora Kabul è al secondo servizio del tg; il 16 agosto era il primo, dopo il 30 agosto sarà dimenticato. Noi occidentali siamo così: ci emozioniamo per tutto, magari ne facciamo anche una questione politica (specie i politici in cerca di voti facili) ma poi fuori dalla nostra bolla… tutto tace. Chi le ricorda le valorose combattenti curde, bimbi squarciati da bombe saudite made in Italy, Curdi che combattono l’Isis, il pueblo unido venezuelano contro la dittatura (di chi poi non si è mai capito, vabbè). Haiti ha tremato pochi giorni fa ed è già sparita dal tg (tanto è Haiti, mica Paderno Dugnano).

A Kabul, tuttavia, ci sono ancora uomini e donne, occidentali e afghani, che hanno lavorato per cercare di portare un po’ di ordine in una nazione martoriata da 300 anni di guerre. Persone che ci hanno creduto. Qualcuno (occidentale o afghano) ci è anche crepato, oppure è tornato a casa senza un braccio, una gamba, o con ricordi cosi traumatici che saranno una ferita aperta per tutta la vita. Capire il casino di Kabul non è facile, ma quello che al momento è chiaro è che la logistica per tracciare tutti gli occidentali in fuga (e gli afghani che li hanno aiutati) non è facile, anzi è un inferno.

Fare formazione ai giovani afghani non era facile”, mi spiega Mike Jason, ex colonnello di brigata dell’esercito americano. “L’afghano medio è poco più che analfabeta, ci facevamo aiutare dalla Shura locale, che ci raccomandava i giovani più volenterosi. Abbiamo fatto un buon lavoro ma non erano pronti per il servizio attivo. La formazione richiede molto tempo, non la s’inventa da un momento all’altro.” Non va oltre, Mike, nello spiegarmi lo sconforto per la sua missione che, pur fatta con le migliori intenzioni, non ha dato i risultati sperati. Ma, pur con scarse risorse e buona volontà, Mike è “tornato” in Afghanistan. Per un’attività pratica, salvare vite.

“Appena lo scenario della ritirata da Kabul si è manifestato nella sua piena tragedia umana ho compreso che non potevo restare fermo. Non sono più un militare ma, fortunatamente, ho la mia rete di contatti tra militari e civili e sto cercando di fare la mia parte, per quanto piccola” conclude Mike. In poco tempo ha creato una piccola associazione, niente di cool o trendy, una pagina wordpress, semplice, pulita, dove i cittadini afghani che hanno collaborato con gli occidentali (esercito, missioni diplomatiche, aziende o Ong) possono accedere e registrarsi. Mike non vincerà il premio Nobel per la pace, non finirà sulla copertina del Time di Natale, non riceverà nessuna medaglia, sta cercando solo di fare quello che può per salvare gente che, nel sogno occidentale, ci ha creduto.

A titolo personale non ho mai messo piede a Kabul, ne ho scritto in passato e ne ho scritto di recente. L’Afghanistan può essere gestito solo dagli afghani (come, lo si vedrà nei prossimi anni). Ma è certo che chi ha cercato di migliorare le cose meriti di essere portato in salvo, se si considera in pericolo di vita. Così mentre a Santa Margherita Ligure al G20 si discute di come aiutare gli afghani, nel suo piccolo, Mike lo sta già facendo. Se avete amici afghani a Kabul, che hanno lavorato con gli occidentali, fategli sapere che questo sito esiste: www.alliedairlift21.org Per chi è laggiù potrebbe fare la differenza.

Twitter: @enricoverga