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Covid, terza dose in Israele ai 40enni. Vaccinato anche il premier Bennett: “Condivideremo tutti i dati e le informazioni”

La decisione di Israele e degli Stati Uniti - che inizieranno il 20 settembre - va in senso contrario alle ripetute richieste dell'Oms che ricorda quasi quotidianamente come esiste una parte del mondo dove la percentuale di vaccinazione della popolazione è ferma all'1% e che l'efficacia della terza dose non ha ancora solide evidenze scientifiche

Fedele alla strategia di una campagna vaccinale veloce e aggressiva e per rispondere alla contagiosità della variante Delta, Israele ha dato il via libera alla terza dosi di vaccino contro il Covid-19 anche agli over 40. L’obiettivo è di arginare i danni della mutazione rilevata per la prima volta in India e che ormai è predominante in Europa e negli Usa. A ricevere la terza dose oggi anche il primo ministro, Naftali Bennett, che ha 49 anni.

Il premier si è impegnato a condividere “tutti i dati, tutte le informazioni” dello sforzo sostenuto per combattere il virus. Israele è stato uno dei paesi leader nella lotta contro il coronavirus e il mese scorso è diventato il primo paese a offrire alla popolazione la terza dose di vaccino. Gli Stati Uniti hanno approvato, ma non ancora reso disponibili, i richiami per la fascia di popolazione più anziana. Washington ha deciso che la campagna per la terza dose inizierà il 20 settembre dopo aver nelle settimane scorse atteso di capire l’andamento dell’epidemia.

In Israele circa 5,9 milioni di persone su 9,3 milioni di abitanti hanno ricevuto almeno una dose di vaccino. Più di 5,4 milioni hanno ricevuto due dosi e 1,3 milioni anche la terza. Dopo un’estate di riapertura, i contagi hanno continuato ad aumentare e hanno portato il governo a imporre nuove restrizioni sugli assembramenti. Oggi, il tasso di test che sono risultati positivi è stato del 5,5%, secondo i dati del governo.

La decisione di Israele e Stati Uniti va in senso contrario alle ripetute richieste dell’Oms che ricorda quasi quotidianamente come esiste una parte del mondo dove la percentuale di vaccinazione della popolazione è ferma all’1% e che l’efficacia della terza dose non ha ancora solide evidenze scientifiche. “Al momento i dati non indicano il bisogno di una terza dose” aveva detto appena ieri in una conferenza stampa Soumya Swaminathan, chief scientist dell’Oms, secondo cui la priorità al momento deve essere quella di aumentare le coperture nei Paesi che ancora non hanno avuto accesso ai vaccini. Secondo l’esperta iniziare con i ‘booster’ con buona parte del mondo ancora non immunizzata potrebbe essere addirittura controproducente: “Ci opponiamo fermamente alla terza dose per tutti gli adulti nei paesi ricchi, perché non aiuterà a rallentare la pandemia. Togliendo dosi alle persone non vaccinate i booster favoriranno l’emergere di nuove varianti”. La posizione è stata ribadita da Bruce Aylward, un altro esperto dell’Oms. “Ci sono abbastanza vaccini per tutti, ma non stanno andando nel posto giusto al momento giusto. Due dosi devono essere date ai più vulnerabili in tutto il mondo prima che i richiami vengano dati a chi ha completato il ciclo, e siamo ben lontani da questa situazione”.

Il dibattito sulla terza dose è aperto da settimane. C’è chi ritiene che la somministrazione sia di fatto inevitabile e chi invita alla prudenza sostenendo che bisognerà attendere i dati sulla copertura offerta realmente nel tempo ai vaccinati e anche la possibilità di un rischio di tossicità. In Europa la Germania ha deciso che da settembre riceveranno la terza dose i fragili e le persone più anziane. Una strategia che potrebbe essere anche quella adottata in Italia in attesa dei dati dei paesi che hanno già cominciato e dei risultati degli studi in corso.