Politica

Caro ministro Speranza, ma non si era detto ‘più sanità pubblica dopo la pandemia’?

Con un precedente post, ho spiegato i miei timori politici sul Pnrr, più esattamente sulla missione 6, quella che riguarda la sanità. Sono andato a vedere dentro le proposte avanzate da Roberto Speranza per capire come il nostro ministro Leu intende allocare le risorse disponibili e con mio grande disappunto ho avuto delle sorprese non proprio rassicuranti.

Ricordo che a parte l’aggiornamento del parco tecnologico e delle attrezzature per diagnosi e cura (3.133 nuove grandi attrezzature) e la digitalizzazione del sistema (un miliardo) e poco altro sugli ospedali, le due grandi risposte di Speranza alla pandemia sono:

– l’assistenza di prossimità diffusa sul territorio (1.288 case di comunità e 381 ospedali di comunità);

– l’assistenza domiciliare con l’attivazione di 602 Centrali Operative Territoriali.

Le case di comunità in realtà nella missione 6, non si sa perché, non sono definite. Soprattutto non è chiaro da chi siano gestite: a tutta prima sembrerebbero una evoluzione delle “case della salute”, quindi una sorta di poliambulatori polispecialistici intesi quali strutture attraverso le quali coordinare tutti i servizi offerti, in particolare ai malati cronici. Quindi il punto unico di accesso alle prestazioni sanitarie, un punto prelievi, con adeguata strumentazione tecnologica, con il fine di “garantire la promozione, la prevenzione della salute e la presa in carico della comunità di riferimento”.

Quello che prima era il distretto di base, cioè un sistema di servizi territoriali, sembrerebbe ora diventare la casa di comunità.

Il punto politico è che la casa di comunità è un progetto che, senza entrare nei particolari, nasce dal terzo settore e che rientra quindi in quella concezione di welfare, definito per l’appunto di comunità, che prevede una gestione della struttura sanitaria pubblica delegata a chi si ritiene il rappresentante della comunità, quindi lo stesso terzo settore.

Per quanto riguarda invece l’assistenza domiciliare agli anziani è del tutto evidente che il progetto di Speranza nasce dalla “commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana” istituita con decreto da Speranza (8 settembre 2020) sotto la presidenza di monsignor Paglia (gran cancelliere del pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia) e naturalmente il più autorevole rappresentante degli interessi della sanità religiosa e del terzo settore.

Il Pnrr per l’assistenza domiciliare prevede 4 miliardi di euro, di cui 2,72 miliardi connessi ai costi derivanti dal servire un numero crescente di pazienti, 0,28 miliardi per l’istituzione delle centrali operative territoriali (Cot), 1 miliardo per la telemedicina.

Il punto politico è che anche per questo progetto non è prevista una gestione diretta del pubblico ma più precisamente forme di appalto ai famosi enti gestori, quindi al terzo settore alla sanità religiosa e al privato. Infatti la proposta di Speranza sull’assistenza domiciliare non prevede una sola assunzione da parte del pubblico, ma prevede che il pubblico acquisti dal privato le prestazioni assistenziali di cui necessita sulla base di tariffe concordate.

A questo punto mettiamo tutto insieme e vediamo in concreto quale sanità viene fuori immaginando di aggiungere al sistema che c’è, cioè già in essere, la missione 6, cioè le proposte di Speranza. Questo il risultato:

– una sanità pubblica (legge 833) che tende alla residualità e che coincide grosso modo con l’ospedale e con alcuni particolari servizi pubblici (salute mentale, prevenzione, consultori , ambulatori vari ecc.);

– una sanità convenzionata, cioè che appalta a certi medici la specialistica ambulatoriale e la medicina generale;

– una sanità che appalta l’assistenza territoriale, cioè le case di comunità, al terzo settore;

– una sanità che compra dal privato le prestazioni per l’assistenza domiciliare agli anziani secondo tariffe;

– una sanità di mercato, quindi mutualista e assicurativa aziendale (legge Bindi 229);

– una sanità privata accreditata, quindi convenzionata.

Tenetevi forte, ma questa nuova sanità a ben vedere è quella che Sacconi, ministro del lavoro e del welfare nel governo Berlusconi 2008, mettendo a regime le controriforme Bindi del 99, definiva un “sistema multipilastro”, vale a dire il superamento del Ssn come sistema pubblico sostituito con un sistema eterogeneo: in parte pubblico, in parte privatizzato, in parte convenzionato e in parte delegato al terzo settore.

Ebbene, se questo è il sistema che emergerebbe dalla missione 6 dopo la pandemia con un ministro della salute Leu che ad ogni piè sospinto inneggia alla sanità pubblica, dobbiamo dire due cose:

– che una bella fetta dei 20 miliardi del Recovery Plan andranno nelle tasche dei privati e del terzo settore;

– che siamo di fronte ad un enorme bidone, cioè ad una colossale controriforma.

Mi scusi ministro Speranza, ma non si era detto “pandemia, allora più sanità pubblica”?