Politica

Dopo il video di Beppe Grillo, è arrivato immancabile il linciaggio mediatico e politico

La colpa imperdonabile di Beppe Grillo, anzi la macchia indelebile per cui dovrebbe essere bandito in perpetuo dalla civile convivenza e dalla sfera pubblica, consisterebbe secondo il pensiero unico politico-mediatico nell’essere intervenuto pubblicamente, dopo due anni di silenzio, in difesa del figlio Ciro accusato di stupro di gruppo, in attesa di una richiesta di rinvio a giudizio che al momento non è stata ancora formulata.

Il coro unanime di indignazione, che non è eccessivo definire linciaggio o gogna mediatica a reti e testate unificate, nei confronti del fondatore del Movimento 5 Stelle, reo del più bieco “giustizialismo” perché fin dai primi V-Day elencava per nome e cognome i parlamentari condannati in via definitiva (gli stessi che oggi rivendicano e riottengono il vitalizio) è, in fin dei conti, la reazione-rivalsa di tutti quelli che finalmente hanno a portata di mano l’occasione imperdibile di mettere fuori gioco l’alieno irredimibile.

A Beppe Grillo non vengono riconosciuti diritti, tantomeno quello di difendere il figlio dato da mesi per stupratore, conclamato su molti giornali e usato per accuse infamanti contro il padre da Vittorio Sgarbi già dal 9 settembre 2019, quando alla Camera tuonò contro il governo Grillo-Renzi voluto ad ogni costo dal fondatore del M5s per avere Di Maio ministro, e la copertura del Partito Democratico “amico dei giudici” a seguito dell’apertura dell’indagine a Tempio Pausania. Un mese dopo lo stesso Sgarbi bolla come “stupro” il taglio dei parlamentari ottenuto dai “211 nominati” da Grillo e a Otto e mezzo, alla Gruber che lo incalza, precisa: “Ho usato quella parola non a caso, questo governo nasce per coprire lo stupro del figlio di Grillo”. Poi replica con identico copione a distanza di pochi giorni a L’aria che tira e via a seguire.

Il “video choc” di Beppe Grillo, ovvero “del pregiudicato che ha fondato il partito dell’onestà e prova a salvare la sua famiglia mentre distrugge quelle degli altri” come ha commentato a caldo Matteo Renzi, è stato dettato dal timore e dalla rabbia che hanno deformato il contenuto del messaggio e che ovviamente non avrebbero dovuto prevalere. Obiettare a Grillo di non aver tenuto nel dovuto conto il suo ruolo pubblico, al di là del dettaglio non irrilevante che non riveste nessuna carica istituzionale, sarebbe stato logico e scontato.

Ma le accuse di aver pianificato con il suo “osceno editto”, grazie alla sua presunta immeritata popolarità, una strategia intimidatoria per condizionare i magistrati, più pesantemente di quanto facesse Silvio Berlusconi, suonerebbero semplicemente comiche se non s’inscrivessero in una opprimente cappa di linciaggio diffuso di cui purtroppo non sono certamente unici responsabili Salvini, B., Sallusti, Belpietro e affini.

Di quello che si è dovuto ascoltare in questi giorni nei “tribunali speciali” pullulanti di commentatori, politici, intellettuali a vario titolo, scrittrici più o meno blasonate allestiti in tg, talk show, approfondimenti, accomunati dal comune accanimento nei confronti del nemico pubblico della giustizia, delle donne, della civile convivenza è impossibile rendere un adeguato resoconto.

Il fatto elementare e rilevante che, nel video “orripilante”, il padre dell’imputato si sia lecitamente domandato, senza con questo pretendere per il suo caso un trattamento di favore, perché quattro presunti stupratori in due anni non siano mai stati sottoposti ad un giorno di custodia cautelare o ai domiciliari ha ritenuto di evidenziarlo solo Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di mercoledì 21 aprile. E la risposta secondo Grillo starebbe nel combinato disposto tra il filmato della fatidica notte sul cellulare di uno degli indagati e lo scambio di messaggi tra la presunta vittima e i presunti stupratori da cui emergerebbe la natura consensuale del rapporto.

Per quanto poi riguarda le considerazioni di Grillo, per le quali è stato crocifisso, rispetto alla denuncia solo al rientro della vacanza e al fatto che l’accusatrice il giorno dopo il presunto stupro si sia dedicata al kitesurf, ritengo che ognuno, uomo o donna che sia, abbia ancora il diritto di valutarle liberamente come crede, al di là dei diktat imperanti del pensiero unico del #MeToo.

Quanto al processo penale è il caso di ricordare che, a differenza del processo civile, è improntato tuttora al rispetto della garanzia dell’imputato, al principio del libero convincimento del giudice, e cioè l’esito della prova è lasciato caso per caso alla discrezionale valutazione del giudice. Dunque, saranno i magistrati a decidere prima l’archiviazione o il rinvio a giudizio, e poi nel dibattimento l’innocenza o la colpevolezza di Grillo junior come per qualsiasi altro cittadino.

Infine, vale la pena di citare i molti volti di Giulia Bongiorno, senatrice della Lega, paladina infaticabile dei diritti delle donne, già difensore di Andreotti e di Raffaele Sollecito nonché attuale avvocato difensore di Salvini e rappresentante della presunta vittima nel procedimento contro Grillo junior e compagni. Un cumulo di ruoli che configura un palese conflitto di interessi, al di là della correttezza della persona. Solo qualche giorno fa ha accolto il rinvio a giudizio del suo assistito per Open Arms con un commento serafico: “il rinvio a giudizio è solo un approfondimento per accertare la verità”.

Invece, nel caso di Ciro Grillo la sentenza di condanna prima del rinvio a giudizio è già stata anticipata dalla stessa Bongiorno che ha già annunciato, in qualità di avvocato difensore della presunta vittima, di voler portare il “video choc” di Beppe Grillo in tribunale come prova a carico nel processo contro il figlio. Per il semplice motivo che, secondo la conclamata regina del foro, lo sfogo del padre costituirebbe una involontaria ammissione della responsabilità del figlio.

E l’escalation della strumentalizzazione politica per quello che al momento è solo un possibile processo a carico del figlio del fondatore del M5s ha comportato anche la richiesta di dimissioni da parte della Lega nei confronti della sottosegretaria alla Giustizia pentastellata Anna Macina. La colpa è quella di essersi fatta delle domande sul ruolo, a suo avviso scarsamente trasparente, di Giulia Bongiorno in merito al caso Grillo junior, dopo che Salvini in tv ha riferito di aver parlato con il suo difensore del video agli atti dell’inchiesta, in teoria rigorosamente segreto, e di essere venuto a conoscenza di altri dettagli. Naturalmente è arrivato alla Lega l’assist di Italia Viva che si è unita nella richiesta di dimissioni: rodata e perfetta come sempre la sinergia tra i due Matteo contro il M5s.