Calcio

Super League, per i club femminili si rischiano più svantaggi che benefici

di Giulia Beghini

La nascita della Super League su iniziativa di dodici tra i più ricchi e blasonati club europei ha causato fin da subito reazioni di netto dissenso da parte di Fifa, Uefa e federazioni nazionali, in nome della meritocrazia e del valore popolare del calcio, con minacce di esclusione delle squadre coinvolte dai rispettivi campionati domestici e dei loro tesserati dagli imminenti europei.

A trovarsi in mezzo a questa bufera e, secondo quanto riportato dal Telegraph, senza neanche essere interpellate sulla vicenda, ci sono le controparti femminili dei club coinvolti. Nel comunicato che annuncia la nascita della Super League si legge: “Dopo l’avvio della competizione maschile, non appena possibile, verrà avviata anche la corrispettiva lega femminile, per contribuire allo sviluppo e al progresso del calcio femminile’’.

Se da un lato quasi sorprende la considerazione, dall’altro non stupisce che quello presentato dai club fondatori, più che un progetto, appaia come una promessa, fatta più per prassi che per intenzione. Delle dodici squadre sedute al tavolo della Super League, infatti, l’unica ad aver vinto una sola volta la Uefa Women’s Champions League è l’Arsenal, mentre nove club non si sono nemmeno mai qualificati. Tra le italiane, la Juventus è al suo quarto anno in Serie A, il Milan al terzo e l’Inter, attualmente ottavo in classifica, al secondo.

Il Manchester United, che dal 2005 al 2018 ha declinato l’invito a creare la propria squadra femminile, ora occupa il quarto posto del campionato inglese, la Women’s Super League, che sembra peraltro indicare una superficiale riflessione sul nome scelto per il nuovo campionato. Il Liverpool invece milita nella seconda divisione e ha mancato anche quest’anno la promozione.

Ipotizzando dunque, come è volontà dei club, che la Superlega rimanga affiancata ai campionati nazionali e all’attuale Women’s Champions League, questo significherebbe un maggior numero di partite, con conseguente aumento del livello tecnico e della visibilità del movimento. La competizione garantirebbe molti più scontri inediti rispetto alla versione maschile, oltre ad essere più sostenibile a livello fisico per le calciatrici rispetto ai colleghi, considerando i calendari nazionali molto meno fitti.

A penalizzare la competitività del torneo sarebbe però la quasi totale assenza di meritocrazia nell’accesso. Considerando alla pari squadre maschili e femminili forse l’unica volta che non andrebbe fatto, rimarrebbero infatti escluse dalla competizione alcune storiche squadre del movimento, come l’Olympique Lyonnais, vincitrice della Champions negli ultimi cinque ed eliminato solo pochi giorni fa dal Psg, altra assente, le tedesche Wolfsburg e Bayern Monaco e le svedesi di Rosengard. Sbilanciamento in parte risolvibile solo ipotizzando valida anche per il femminile la possibilità di aggiungere alle 12 partecipanti fisse altri club per meriti sportivi.

L’esclusione invece dai campionati nazionali, come minacciato dalla Uefa, oltre ad impoverirne incredibilmente la competitività, costringerebbe alla revisione sia dell’accordo triennale siglato dalla prima serie inglese con Bbc e Sky Sport, sia il nuovo modello finanziario della Champions League, che dovrebbe prevedere, secondo il Guardian, la redistribuzione di 10 milioni di sterline dalla competizione maschile a quella femminile e la presenza di un unico broadcaster. Dettaglio questo non da poco visto, che la Uefa finora non ha di certo agevolato la fruizione della maggior competizione europea per club al femminile, con partite dei quarti di finale come Barcellona-Manchester City programmate per le 12:30 di mercoledì e visibili in streaming solo da questa stagione su siti come Ata Football e Wnited.

D’altro canto, come riportato da Adnkronos, la Superlega verserebbe un contributo per la mutualità, in favore di calcio femminile, calcio giovanile e calcio di base, pari a 434 milioni l’anno per i prossimi 23 anni. Per la Serie A, perdere Juventus, Milan e Inter vorrebbe dire vanificare i passi avanti fatti negli ultimi cinque anni e probabilmente rimettere nuovamente in discussione il professionismo. Pesanti anche le ripercussioni sulla nazionale: mentre Mancini dovrebbe rinunciare a 8 giocatori sui 38 convocati per l’ultima sfida di qualificazione ai mondiali del 2022, Milena Bertolini dovrebbe rinunciare a 16 giocatrici sulle 35 convocate in occasione dell’ultima amichevole contro l’Islanda, tra cui ben 8 titolari su 11.

Alcune giocatrici si sono già espresse sulla questione, prima tra tutte Ada Hegerberg la quale, da vincitrice di cinque Champions e miglior marcatrice della storia del torneo, ha sottolineato l’importanza della meritocrazia nello sport. In un periodo storico in cui finalmente il calcio femminile si stava avviando verso un modello economico sostenibile, con ingaggi umani, maggior coinvolgimento di pubblico, accordi per diritti tv e investitori del calibro di Serena Williams, Natalie Portman, Chelsea Clinton negli Stati Uniti, questo accordo in cui i club femminili verranno trascinati rischia di avere più svantaggi che benefici. Il braccio di ferro è ancora lontano dal decretare un vincitore e i tempi con cui eventuali cambiamenti saranno recepiti dai campionati femminili sarebbero probabilmente ancora lunghi.