Politica

AstraZeneca, il contratto firmato dall’Ue assomiglia a una donazione benefica

di Andrea Marchina

Negli ultimi giorni, oltre agli psicologi rimproverati da Mario Draghi per aver rispettato il decreto Draghi e la pronuncia dell’Ema sugli effetti collaterali del vaccino AstraZeneca, un altro caso è – ahimè – degno di nota: la riduzione delle forniture previste entro la metà del mese da parte della stessa AstraZeneca nei confronti dell’Europa e quindi dell’Italia. Un taglio che, per quanto ci riguarda, è del 50% (da 340.000 a 175.000 dosi) e che si accumula ai già troppi ritardi e rinvii del primo trimestre (tra gennaio e marzo 2,7 milioni di dosi consegnate sulle 5,4 concordate). Una inadempienza resa ancor più inaccettabile quando si viene a sapere che il colosso farmaceutico in questione ha appena dirottato 5 milioni di dosi dall’India, a cui aveva concesso la licenza di produzione, verso il solito Regno Unito. Che ha due vantaggi: paga di più e sa fare i contratti.

Mentre da noi, nonostante si continui a parlare di ricorsi, lettere minacciose e ultimatum dell’Europa per costringere AstraZeneca al rispetto delle consegne, si è scoperto che l’organo esecutivo dell’Unione, la Commissione Europea, è in realtà una Onlus e che l’accordo stipulato con AstraZeneca (e non solo) ricorda più una donazione in beneficenza. Basta andare a vedere il contratto, pubblicato a febbraio da Report in forma integrale dopo mesi di censura. Gli anglofoni lo chiamano contratto derisk, senza rischio.

Di quale rischio si parla? Di quello che, in condizioni normali, si assumerebbe la casa farmaceutica. Due su tutti: i ritardi nelle forniture e i ricorsi contro possibili effetti collaterali del vaccino. E, nel nostro caso, come si solleva il fornitore dal rischio? Semplice, i ritardi non vengono sanzionati e i risarcimenti in caso di ricorsi andati a buon fine sono totalmente a carico degli Stati membri. Niente paura, tutto questo ad una condizione molto severa: che i fornitori si impegnino a rispettare il contratto, cioè quello che non prevede sanzioni in caso di mancato rispetto del contratto stesso. Un capolavoro.

Ma veniamo all’Italia, dove a fatica si sta ancora smaltendo la sbornia per l’arrivo del Salvatore (non quello appena risorto, l’altro). Lo stesso che il 24 marzo in Parlamento, parlando delle inadempienze di AstraZeneca, faceva la voce grossa assicurando che l’azione dell’Italia è fondata su alcuni pilastri: “Primo, il rispetto, da parte delle compagnie internazionali multinazionali, le società produttrici di vaccini, degli accordi; secondo, le sanzioni se questi accordi non sono rispettati”. Penserete: non starà mica parlando di quegli accordi che escludono quelle sanzioni? Esattamente.

Qualcuno di voi potrà ribattere che lui e il suo governo non c’erano quando quegli accordi sono stati firmati e, ora che invece ci sono, vogliono avere voce in capitolo in sede europea e provare a modificarli. Benissimo, ma qui arriva il bello. Quello stesso giorno, mentre Draghi pronunciava quelle parole a nome del suo governo, veniva messa ai voti una risoluzione, cioè una proposta avanzata da alcuni parlamentari per guidare l’azione di governo secondo specifiche richieste.

Una di queste spingeva il Presidente del Consiglio a “richiedere e pubblicare i contratti con le case farmaceutiche in tutti i loro elementi e farsi promotore presso le sedi dell’Unione Europea affinché tali contratti vengano rivisti nella parte delle sanzioni in caso di inadempienza nonché nella distribuzione dei rischi da eventi avversi che oggi ricadono in capo agli Stati membri”. E indovinate un po’? A pochi minuti dalle parole di Draghi, il governo darà il suo parere negativo a questa proposta e poco più tardi la maggioranza parlamentare la rigetterà. Alla faccia dei pilastri. Ma – che volete – queste sono chiacchiere: sia lodato Super Mario, e sempre sia lodato.

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