Società

Coronavirus, ci vorrà ancora tempo prima di abbandonare la ‘vecchia sponda’

di Carmelo Zaccaria

La lunga traversata degli umani segnati dal virus procede a rilento, si indugia, a stento, in mezzo al guado. Lo storico inglese Donald Sassoon così descrive questo passaggio: “Alle spalle c’è la vecchia sponda, ma non si riesce a scorgere la nuova, perché travolti da correnti molto forti”. La verità è che abbandonare la vecchia sponda, sradicarsi da ciò che siamo, non è mai una cosa semplice. Bloccati in una intercapedine oscura e cisposa, non riconosciamo più il prima, e non ci è chiaro ancora il dopo, perciò vengono a galla timori e scoramenti, fremiti di rabbia e senso di vuoto, si infrange il sogno mitico e ingannevole dell’uomo nocchiero, sovrano invincibile ed incontrastato dell’universo, mentre resta ai margini la convinzione di doversi integrare con gli altri organismi viventi, di conviverci alla pari.

L’incedere minaccioso del virus ci invita a cambiare pelle, come i serpenti che si sbarazzano della parte superficiale dell’epidermide, sentendosi opprimere dal nuovo vestito che gli sta crescendo da sotto. Durante il travaglio della muta, i serpenti perdono appetito, diventano irrequieti, irascibili, gli sale la temperatura corporea, smettono di alimentarsi, la loro vista si annebbia. Solo alla fine di questa metamorfosi, strusciandosi e dimenandosi con forza, avviene in loro una completa rigenerazione. Tuttavia, ci vorrà ancora del tempo prima che gli umani riescano a cambiare pelle, abbandonando così, definitivamente, la vecchia sponda, dove compare ancora il limite sprezzante del disumano.

Intanto il virus esalta gesti isterici ed insofferenti, suggerisce il rigetto di ogni intralcio, di ogni costrizione, reclama, con un’aggressività quasi fanciullesca, il fermo proposito di riaprire in fretta il mondo del business, pretende, spregevolmente, di tenere separati i sacrifici umani dai sacrifici economici.

È davvero desolante che in mezzo ad una colossale tempesta di dolore e di morti ci si debba interrogare, e lagnare, se trasmettere o meno il Festival di Sanremo senza pubblico, come se non fosse chiaro che la sua messa in onda è giustificata solo da sostanziali motivi economici. Nel contempo un ristoratore di Milano esulta alla notizia di poter finalmente riaprire, perché in zona gialla, ma si chiede, indignato, perché poterlo fare “solo da lunedì”, visto che nel weekend si guadagna molto di più. Per non parlare delle disarmanti parole della signora Letizia Moratti sui vaccini da somministrare seguendo la meritocrazia del Pil. Di fronte a tutta questa impietosa sconvenienza il professore Andrea Crisanti, giustamente, ha dichiarato: “Penso che ci sia una specie di inaridimento dei sentimenti”.

L’ombra del disumano, purtroppo, è profondamente radicata in noi, fa parte della nostra natura ed ha bisogno di mostrarsi, nel finimondo angoscioso del contagio, nelle sue forme più bieche, con la negazione dell’altro, sfuggendo il suo sguardo, respingendone il respiro, detestando lo stare insieme. L’inumano, spiega Carlo Galli, è “la possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo, ossia che l’uomo consideri nulla l’altro uomo”, nel senso che scompare quel meccanismo del riconoscimento all’interno del genere umano, del non sentirsi più uomini in mezzo ad altri uomini.

Oggi regna questa subdola indifferenza, questa disconnessione con l’umano, dove l’unico obiettivo rimane perseguire il proprio tornaconto personale, a danno di chi non si considera “completamente uomo”, sia esso migrante, con la pelle non bianca, di genere o di portafoglio. Il sociologo Marco Revelli ritiene che la capacità di potenza dell’uomo di essere dominatore del mondo, attraverso la tecnologia e la mente artificiale, tende a sgretolarsi e a vacillare proprio perché mina completamente il rapporto naturale dell’uomo con la natura. La frattura del virus, in definitiva, sospinge l’uomo verso una prospettiva meno arida, di proficua coabitazione. Non più padrone, ma complice ed alleato di un mondo che sente sfuggire dal proprio controllo.

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