Scienza

Covid, Giuseppe Ippolito (Spallanzani): “È prioritario vaccinare chi non ha ancora avuto la malattia. I casi di reinfezione sono rari”

L'INTERVISTA - "Vorrei ricordare che ancora dieci mesi fa di questo virus non sapevamo assolutamente nulla. Il tempo è una risorsa che non si può comprare: per sapere se la copertura di un vaccino nuovo contro un patogeno nuovo dura un anno o cinque anni c’è un solo sistema, aspettare un anno o cinque anni e vedere quale è il numero di reinfezioni tra i vaccinati"

Chi ha avuto la malattia deve vaccinarsi? È una delle domande più gettonate degli ultimi giorni. L’attesa per l’approvazione dei candidati vaccini contro Covid 19 continua a innescare domande, suscitare dubbi, generare dibattito. Anche tra gli scienziati e i ricercatori che da ormai quasi un anno si occupano del coronavirus che ha provocato a oggi oltre un milione e mezzo di morti. Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, centro di cura e ricerca per le Malattie infettive, ci spiega perché è giusto dare una sorta di priorità a chi non si è già ammalato (ad eccezione di alcune categorie) rispetto a chi ha naturalmente sviluppato gli anticorpi. Ma anche perché al composto anti Sars Cov 2 devono sottoporsi tutti e comunque.

Chi ha avuto la malattia deve vaccinarsi?
Il vaccino è, a tutti gli effetti, una “simulazione” di infezione: si punta cioè a far produrre all’organismo la risposta immunitaria al virus senza che vi sia l’infezione. Nel caso del coronavirus, tutti i vaccini attualmente in fase di sperimentazione puntano a far produrre gli anticorpi specifici e a attivare l’immunità cellulo-mediata contro la proteina spike. In chi ha avuto da poco l’infezione questi anticorpi sono già presenti, anche se in quantità variabile a seconda della gravità dell’infezione e del tempo trascorso; queste persone nel breve periodo hanno minore probabilità di reinfettarsi. Sono descritti a oggi pochi casi di reinfezione, e il fatto che siano eccezionali è testimoniato dallo scalpore che suscitano. Quindi le persone che hanno già avuto l’infezione possono certamente vaccinarsi, ma sicuramente è prioritaria l’immunizzazione di chi non ha ancora avuto l’infezione, soprattutto se in una fascia a rischio per età, patologia o esposizione professionale al virus. Soggetti questi che rientreranno nei criteri di priorità definiti dal Governo. Come hanno scritto sul proprio sito i Cdc, l’agenzia federale Usa di controllo sulla salute pubblica, al momento non sappiamo per quanto tempo chi ha avuto il Covid 19 è protetto dalla reinfezione. L’immunità che si ottiene dall’infezione, chiamata immunità naturale, varia da persona a persona, e da alcuni recenti studi sembrerebbe che possa non durare molto a lungo. In una fase come quella attuale, è evidente che in una vaccinazione di massa per categorie e fattori di rischio non è possibile dosare prima gli anticorpi. Ma sicuramente chi ha avuto la malattia ha una protezione che gli viene dall’infezione naturale.

Chi ha avuto l’infezione senza sintomi e si vaccina corre rischi?
No, nessun rischio. Ripeto, nessuno pensa di fare screening pre-vaccinali, il vaccino sarà offerto a tutti.

Ormai abbiamo imparato l’importanza degli anticorpi. Ma non tutti sanno cosa sono e quando vengono prodotti. Ce lo spiega?
Gli anticorpi sono delle proteine prodotte dai linfociti B presenti nel sangue, che hanno la caratteristica di riconoscere specifiche proteine presenti sulla superfice di batteri o virus e di legarsi ad esse, svolgendo una funzione di difesa dell’organismo.

Ogni agente infettivo induce lo sviluppo di anticorpi diversi?
Di norma sì, la caratteristica principale degli anticorpi è che rispondono in maniera specifica agli agenti estranei come i batteri o i virus, mentre non reagiscono all’organismo e ai suoi componenti. Quando invece accade che gli anticorpi si attivano contro il “self” si parla di risposta autoimmune e di malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide o il diabete di tipo 1. Non tutti gli anticorpi sono protettivi, come nel caso dell’Hiv e dell’Hcv (virus dell’epatite, ndr).

E quali anticorpi rispondono al coronavirus?
Nel caso del coronavirus i linfociti B producono anticorpi specifici che si legano alla glicoproteina spike, presente sulle punte della “corona” del virus. Questa glicoproteina si lega ai recettori presenti sulla superfice delle cellule umane, facendovi entrare il virus. Gli anticorpi contro la glicoproteina S bloccano il legame con il recettore e quindi impediscono l’infezione.

Perché è così importante conoscere la risposta immunitaria per sviluppare un vaccino?
Comprendere l’immunità naturale è fondamentale. Un buon vaccino che ci consenta di proteggerci dai virus è basato sulla conoscenza della risposta immunitaria all’infezione naturale.

Che cosa sappiamo allora dall’infezione naturale?
La maggioranza dei pazienti che guariscono dall’infezione da Sars Cov 2 (>95%) sviluppa anticorpi neutralizzanti (in grado cioè di bloccare successive infezioni). Numerosi studi, tra cui quello condotto su oltre 30.000 soggetti al Mount Sinai di New York recentemente pubblicato da Science, hanno valutato la durata di questi anticorpi nel tempo e hanno dimostrato la loro persistenza per almeno 3-5 mesi dalla data di inizio della sintomatologia. Successivamente, come accade per tutte le altre infezioni virali, il loro livello decresce nel tempo.

Per quanto tempo sono protettivi? Sul punto ci sono studi che arrivano a conclusioni diverse: da pochi a diversi mesi
Questa è una domanda alla quale non possiamo al momento rispondere con certezza. Gli anticorpi che vengono prodotti quando si verifica una infezione tendono a ridursi nel tempo, man mano che l’evento infettivo si allontana. Questo però non significa automaticamente che la protezione cessi, perché in genere i linfociti conservano la memoria immunitaria che consente loro di riconoscere il virus e ripristinare rapidamente i livelli protettivi di immunità.

Ma gli anticorpi sono l’unica forma di difesa?
Oltre agli anticorpi, l’infezione naturale da Sars Cov 2 induce inoltre linfociti T specifici (immunità cellulo-mediata) che sembrano avere un ruolo fondamentale nella battaglia contro il virus, uccidendo le cellule infette e sostenendo la produzione di anticorpi. Sulla base degli studi sino ad ora pubblicati, anche essi sembrano persistere nel tempo, con cinetiche simili a quelle anticorpali. La diminuzione dei livelli di anticorpi non si traduce sempre in un indebolimento delle risposte immunitarie. E, cosa più promettente, uno studio recente ha evidenziato che le cellule T hanno innescato risposte contro il coronavirus che causa la Sars quasi due decenni dopo che le persone sono state infettate, a sostegno della persistenza delle cellule della memoria immunitaria.

Cosa sappiamo sul mantenimento dell’immunità data dai vaccini in arrivo?
Purtroppo poco. Studi immunologici sulla popolazione di volontari vaccinati hanno dimostrato la loro capacità di indurre anticorpi neutralizzanti e immunità cellulo-mediata in maniera simile a quanto avviene nell’infezione naturale. La durata nel tempo dell’immunizzazione vaccinale non è ancora nota ed è tutt’ora in corso di studio. Per citare ancora i CDC, per sapere quanto dura l’immunità prodotta dalla vaccinazione dobbiamo prima di tutto avere un vaccino, quindi avere dati dettagliati su come funziona, e infine dati di osservazione su un arco temporale; a oggi, abbiamo soltanto dei comunicati stampa.

Contro molte malattie infettive basta vaccinarsi una sola volta e poi fare richiami a distanza di anni. Potrebbe valere anche per l’anti Covid?
Anche questo, come avrebbe detto Lucio Battisti, “lo scopriremo solo vivendo”. Vorrei ricordare che ancora dieci mesi fa di questo virus non sapevamo assolutamente nulla. Il tempo è una risorsa che non si può comprare: per sapere se la copertura di un vaccino nuovo contro un patogeno nuovo dura un anno o cinque anni c’è un solo sistema, aspettare un anno o cinque anni e vedere qual è il numero di reinfezioni tra i vaccinati.