Società

Coronavirus, un giorno tutto questo sarà passato. Come la Spagnola per mia nonna

In questo brutto anno bisestile ho pensato molte volte a mia nonna: nata nelle Madonie, era donna d’acciaio, austera, energica, dignitosa. Non ebbe vita facile: poco dopo Caporetto, nel 1917, il marito fu ucciso sul Carso da una granata. La lasciò vedova a 22 anni con due figli piccolissimi da crescere. Li portò ambedue alla laurea, cosa non scontata all’epoca. Rifiutò il matrimonio con un parente del marito, perché “di marito ce n’è uno solo”, e “non occorre avere un padrone per i propri figli”.

Assistette alla nascita del fascismo, alla seconda guerra mondiale con i bombardamenti su Palermo e Messina; esultò all’arrivo liberatorio degli americani, “giovani meravigliosi che ci davano caramelle e sorrisi”. Rimase per due anni senza ricevere notizie dal figlio, prigioniero in Croazia, dato per disperso: se lo trovò una sera davanti alla porta, irriconoscibile, smagrito di 20 chili, affamato. Le si illuminava il viso quando mi raccontava del referendum e della vittoria della repubblica sulla monarchia: “sì, sì, a Montecitorio ora mangiano, ma è molto meglio di prima…”.

Ho avuto la fortuna di studiare storia con storici eccelsi come Rosario Villari e Paolo Alatri, ma l’ho appresa anche dalle parole di mia nonna. Il suo viso si rattristava e s’illuminava a seconda degli avvenimenti, le rughe si appianavano o si approfondivano. Un argomento però rendeva inespressivo il suo volto, lo sguardo assente, le parole rare: la Spagnola, la pestilenza che per due anni, dal 1918 al 1920, sconvolse il mondo e provocò 40 milioni di morti.

Lì si irrigidiva, gli occhi si facevano puntuti, quasi due spilli, guardava lontano, come se leggesse in un quadro distante, impossibile agli altri da raggiungere. “Fu terribile, terribile. Morivano tutti”. E che facevate? “Stavamo in casa”. E poi? “Niente. Stavamo in casa”. Avevate paura? “Certo, pregavamo”. E quanto durò? “Mah, due anni, mi pare”. E poi? “È finita, se ne è andata”. Come? così? “Penso di sì, è scomparsa”. E poi? “Abbiamo ripreso a vivere, ma venne il fascismo, la guerra…”.

A questo punto un sorriso leggerissimo le increspava le labbra, si scuoteva da quella specie di trance nella quale si era rinchiusa. Questo racconto gliel’ho sentito fare varie volte: lo avevo un po’ dimenticato, ora il Covid lo ha fatto affiorare limpido alla mente. Mi sono chiesta che cosa ci differenzia dai nostri vecchi, dalla loro pazienza e capacità di rassegnazione. Essenzialmente due aspetti.

Il primo è oggettivo e riguarda l’organizzazione economica della nostra società: tutto oggi è tremendamente connesso con tutto. Un piccolo cambiamento provoca terribili scossoni e sconquassi, a cascata. Per dire: un lockdown non toglie solo il divertimento delle discoteche, toglie sussistenza a chi nelle discoteche lavora, dunque alle famiglie, e all’indotto che c’è dietro. La stessa cosa vale per teatri, cinema, aziende, parchi, orchestre eccetera. Abbiamo creato una società in cui il respiro dell’Europa sposta montagne in Oceania e viceversa. È un bene, ma al prezzo di grandi rischi.

Il secondo punto è psicologico. E riguarda il senso del tempo. Un virus ha i suoi tempi, ma noi vogliamo imporgli i nostri. Anche la spasmodica ricerca del vaccino, che certo arriverà, esige i suoi tempi di preparazione. Il virus scomparirà, ma noi vorremmo che lo facesse subito, a nostro piacimento. Non è così. Gli esseri viventi, tutti, hanno i loro ritmi, non possiamo imporre i nostri. In una parola: non siamo onnipotenti. L’attesa ci carica di ansia, di disturbi, di aggressività. Vorremmo controllare sempre ogni cosa, ma ne siamo impediti. Siamo piccoli esseri in un universo immane. E ora siamo sotto scacco per via di un esserino minuscolo, invisibile, il Sars-Cov-2, che lotta anche lui per la sua vita.

La politica può fare molto e talvolta sbaglia: ma è difficile anche per i politici, di questo o quel partito poco importa, essere all’altezza. Noi, cittadini comuni, appropriamoci però di una cosa, la più umana di tutte: la speranza. Che, non lo si dimentichi, è sempre collegata al tempo. Non si spera sull’attimo, ma sulle grandi lunghezze.

Impariamo di nuovo a coltivare “il principio speranza” (Ernst Bloch, Das Prinzip Hoffnung): affidiamoci con morbidezza al tempo che scorre, lentamente, ma inesorabilmente, verso un futuro senza Covid. Forse questa resistenza passiva può aiutare noi stessi, può fluidificare i rapporti con i nostri simili. Il 2020 sarà dimenticato, scivolerà anch’esso, come un secolo fa la spagnola, nella dimensione eterna di un “tempo passato”.