Diritti

“Metà dei soldi del Recovery fund vada a favore delle donne: più asili, sostegno all’occupazione e misure contro la disparità di salario”

Sono le richieste del movimento Il Giusto Mezzo, girate al presidente del Consiglio Conte. La disparità di genere costa ogni anno circa 370 miliardi e investire per ridurla conviene anche in termini economici. Mila Spicola, tra le promotrici: “Costruire nidi è un investimento moltiplicatore. E bisogna scardinare l’idea per cui essere caregiver è compito delle donne. La struttura sociale di un Paese deve fare rete per la cura di anziani e disabili"

“Abbiamo scelto il nome Il Giusto Mezzo per due ragioni. Prima di tutto per il rimando alla metà che ci spetta, e quindi alla parità. E poi perché intendiamo riflettere sugli strumenti adatti per ottenerla”. La portavoce Cristina Tagliabue spiega così il senso del movimento nato durante il lockdown dall’incontro virtuale fra donne della società civile impegnate in diversi settori lavorativi. L’ispirazione è arrivata dall’iniziativa europea Half of it (#halfofit) promossa dall’eurodeputata Alexandra Geese (Verdi/Alleanza libera europea) focalizzata sul rispetto della parità di genere. “A noi interessavano le politiche sociali e il loro impatto sulla vita delle donne. Per questo motivo ci siamo concentrate sul Recovery Fund e abbiamo scritto al presidente del Consiglio”. Una lettera diventata una petizione che ha raccolto in poco tempo oltre 40mila firme.

Tre i temi principali su cui si chiede di investire attraverso il Next Generation EU ci sono cura della prima infanzia e dei non autosufficienti (anziani e disabili), rilancio dell’occupazione femminile e superamento del gender pay gap. Tutte questioni non solo femministe, ma anche economiche. Puntare su questi settori infatti non significa semplicemente riconoscere i diritti delle donne, ma anche avviare un rilancio per il Paese. La disparità di genere costa ogni anno circa 370 miliardi, lo dice lo studio Next Generation EU Leaves Women Behind commissionato dai Verdi/Alleanza libera europea e realizzato da Elisabeth Klatzer e da un’altra promotrice de Il Giusto Mezzo, l’economista Azzurra Rinaldi. Lei stessa ha ricordato in un intervento su Il Fatto Quotidiano che se si investisse il 2% del Pil nel settore della cura, il sistema economico trarrebbe un beneficio maggiore rispetto allo stesso investimento in un settore tradizionale, come per esempio l’edilizia.

Le tematiche sociali strettamente connesse alla vita delle donne quindi hanno un grande potenziale, che, dicono le ideatrici de Il Giusto Mezzo, andrebbe sfruttato. “Per investimento moltiplicatore si intende un investimento che non solo si paga da sé, ma che riesce anche a generare valore, di qualsiasi tipo. Non ci pensa nessuno, ma un investimento moltiplicatore sarebbe la costruzione di asili nido”, spiega Mila Spicola. Insegnante, e pedagogista, anche lei è fra le promotrici de Il Giusto Mezzo. “La loro distribuzione sul territorio è frammentata, in particolare al sud”. Secondo i dati Istat del 2018, 75 bambini su 100 in Italia non hanno posto al nido (copertura 24,7%). “Eppure sono realtà che sostengono lo sviluppo neurale e linguistico del bambino, prevengono le diseguaglianze, incoraggiano il lavoro femminile. Lo dimostra la letteratura scientifica in ambito economico, non solo pedagogico. Agire lì funziona”. Ecco perché Il Giusto Mezzo chiede una costruzione diffusa degli asili nido su tutto il territorio nazionale.

A questo si aggiunge un sostegno sistemico per l’occupazione femminile, frenata dalla maternità, perché a sua volta poco supportata. Le donne si diplomano e laureano più degli uomini, ma sono meno impiegate: il 50% non lavora, al Sud il 70%. Il 70% delle donne si occupa inoltre della cura e dell’accudimento di famigliari non autosufficienti. “Bisogna scardinare l’idea per cui essere caregiver è compito delle donne. La struttura sociale di un Paese deve fare rete per ciò che concerne la cura di anziani e disabili. Ce lo ha dimostrato la pandemia: prima di tutto viene la sicurezza delle persone, e prima ancora delle persone più fragili”.

E poi c’è il gender pay gap, cioè il differenziale salariale fra donna e uomo. Tutto da risolvere: un uomo con un master, spiega Spicola, viene pagato circa il 40% in più di una donna con il suo stesso titolo di studio. Un problema che ha due facce: “Da una parte la segregazione verticale, cioè la maggior difficoltà delle donne a fare carriera, e quindi a guadagnare di più. Dall’altra, la scelta delle professioni. Spesso le donne sono impiegate in settori che pagano meno – infermieristica, istruzione, servizio, turismo – oppure, viceversa, questi lavori pagano meno perché storicamente svolti da donne”, prosegue. Un muro da abbattere a più livelli. Soprattutto nella formazione dei docenti: “Invitandoli a promuovere discipline umanistiche e scientifiche per entrambi i sessi, così da scongiurare discriminazioni spesso operate anche in buona fede, senza che nessuno se ne accorga”. Perché così radicate da essere impalpabili.

Il 13 ottobre con l’hashtag #nonègiusto Il Giusto Mezzo ha organizzato un flashmob davanti a Palazzo Chigi, per riportare l’attenzione sulle loro richieste. “Le persone, donne e uomini, ci ascoltano. Perché quello che chiediamo è un’esigenza per tutto il Paese”, continua Tagliabue. “Io per prima mi sono sentita in colpa perché pensavo di trascurare mio figlio e la mia famiglia per questa battaglia, ma quando poi l’ho spiegata ho trovato comprensione. E ho capito, una volta di più, che era ed è sacrosanta”.