Cronaca

Coronavirus, Crisanti: “Le discoteche vanno chiuse subito”. Guerra: “Così la scuola è un rischio”. Vaia: “Riprendere spirito lockdown”

Si moltiplicano gli appelli alla prudenza degli esperti di fronte alla crescita ma costante dei contagi. Il docente di Microbiologia: "Mi pare improbabile che si riesca a frenare. Danni enormi da chi parla di virus che non esiste più". Il direttore aggiunto dell'Oms: "Non va bene per niente. Man mano che i casi di nuovi positivi si accumulano i tempi di moltiplicazione dei contagi si accorciano". Il direttore dello Spallanzani: "Non siamo in una seconda ondata, possiamo evitare che arrivi"

La curva dei contagi risale, i rientri dall’estero preoccupano, la movida anche ma le discoteche restano aperte ovunque tranne che in Basilicata e Calabria. E a un mese dall’inizio della scuola, con i nuovi casi giornalieri tornati a quasi 600 il 14 agosto come non accadeva da fine maggio, gli esperti iniziano a lanciare l’allarme su cosa accadrà a settembre, con il rientro in città e la ripresa delle lezioni in presenza. Mentre i locali notturni continuano ad essere “graziati” da quasi tutte le Regioni, nonostante la linea del governo sostanzialmente quella di un’apertura decisa dai territori e strettamente condizionata al quadro epidemiologico.

Così se per il direttore sanitario dello Spallanzani Francesco Vaia “non siamo nella seconda ondata” e “non abbiamo bisogno di nuovi lockdown ma di riprenderne lo spirito”, il professor Andrea Crisanti, docente di Microbiologia all’Università di Padova, si dice “non ottimista” perché “nel giro di 10-20 giorni arriveremo ad almeno mille casi positivi giornalieri”. Il ritmo di crescita, sottolinea, “è costante” e “mi pare improbabile che si riesca a frenare”. Uno scenario, dice a Il Messaggero, nel quale le discoteche “andrebbero chiuse immediatamente”. L’aumento è “lento” ma “costante”, conferma Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’Oms distaccato a Roma e tecnico del Comitato tecnico-scientifico. In un’intervista sul Corriere della sera, l’esperto avvisa riguardo al rischio di “arrivare a ridosso della riapertura delle scuole con un numero di casi che la renderebbero pericolosissima. Perché è matematico che la curva col ritorno in aula salirebbe ancora“. Insomma: “Azioniamo il freno o andiamo a sbattere”.

Per Vaia una seconda ondata non arriverà “se saremo in grado, come sono certo, di affrontare, di petto, anche questo particolare momento”. Quello che oggi va fatto, spiega, è “quello che abbiamo fatto ieri con successo: non abbiamo bisogno di nuovi lockdown ma di riprenderne lo spirito”. E invita a mettere al centro”un solo obiettivo: farci uscire dalla emergenza”. Ad avviso di Crisanti “quello che non si riesce a spiegare è che più i nuovi positivi aumentano, più crescono le possibilità di avere pazienti in terapia intensiva” e di “vedere un incremento dei decessi, purtroppo”. Il punto di rottura, dice ancora, “lo avremo quando i focolai, per dimensioni e per numero, riusciranno a sopraffare la capacità di risposta del sistema sanitario. Si passerà dalla trasmissione a focolaio a trasmissione diffusa”.

“Siamo in una fase di lenta crescita dei casi. La curva sale, lentamente ma in modo costante. E può bastare poco per ripiombare nell’emergenza”, avverte Guerra. Il rischio è “arrivare a ridosso della riapertura delle scuole con un numero di casi che la renderebbero pericolosissima”. Perché “è matematico che la curva col ritorno in aula salirebbe ancora”, quindi “o azioniamo il freno o andiamo a sbattere”. L’Italia rispetto “a qualche settimana fa mostra una sequenza di tanti, troppi piccoli focolai che tengono alta la circolazione del virus”. Riguardo ai comportamenti sociali, aggiunge Guerra, “sembra che la gente non abbia compreso quanto siamo in pericolo“, eppure “è adesso che dobbiamo agire, dopo potrebbe essere troppo tardi”.

“Man mano che i casi di nuovi positivi si accumulano i tempi di moltiplicazione dei contagi si accorciano”, spiega il direttore aggiunto dell’Oms. Tradotto: “Significa che la crescita dell’epidemia da lenta diventa rapida e si ha una progressione geometrica”. Se tutti, dice ancora, “mostrassero senso di responsabilità rispettando le tre regole base” – ovvero mascherina, distanziamento e igiene delle mani – “faremmo ancora in tempo a tornare indietro, a cambiare marcia. Invece si vedono movide, affollamenti in spiaggia, giovani che tornano infetti dalle vacanze e spesso diffondono il contagio in famiglia. No, non va per niente bene”.

Chi sta facendo passare il messaggio che il virus non esiste più ha “causato dei danni enormi”, aggiunge il professor Crisanti. I contagi di queste settimane sono “ancora numeri sostenibili, ma dobbiamo guardare in prospettiva a ciò che succederà con questo costante incremento dei casi”, conferma. “Purtroppo la dinamica dell’epidemia è ormai chiara, il ritmo di crescita è costante, mi pare improbabile che si riesca a frenare”. A suo avviso è anche “stato sbagliato non prevedere riaperture graduali, differenti da regione a regione”. Inoltre, “ci si è calati le braghe di fronte alle esigenze dell’industria turistica. Bisognava limitare gli spostamenti all’interno dell’Italia, se necessario, ma anche dall’Italia ad altri paesi d’Europa”.

E riguardo alle regole nelle discoteche Crisanti è molto critico: “Prima di tutto è molto difficile mantenere il distanziamento sociale. Inoltre, l’attività in una discoteca aumenta la respirazione profonda, le persone vanno in anaerobiosi, si muovono, hanno bisogno di respirare molto di più. Questo facilita le infezioni. Penso all’esempio di un giocatore di rugby durante una partita ha contagiato molti altri giocatori”. Attenzione quindi alle prossime settimane: “Secondo me aumenteranno sia il numero dei focolai, sia le loro vastità – sottolinea l’esperto – Ma la verità è che dovevamo quest’ estate avvicinarci a zero casi. Sarebbe stato possibile. Io non so, per esempio, perché per tempo non abbiamo preso le contromisure per limitare i casi di rientro. Non parlo degli immigrati, che sono una parte molto marginale, penso a chi torna ad esempio dalle vacanze in altri paesi d’Europa. Bisognava attivare i controlli prima, predisporre dei protocolli“.