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Autostrade, i punti chiave del confronto governo-Benetton: il nodo è la cessione delle quote (e il controllo) della società

Atlantia offre più investimenti, sconti sui pedaggi e quasi 3 miliardi per mantenere la concessione. Il governo vuole i Benetton sotto al 50% di Autostrade. A palazzo Chigi vertice per provare a chiudere la partita

La famiglia Benetton controlla il 30% della società Atlantia che, a sua volta, possiede l’88% di Aspi ossia Autostrade per l’Italia che gestisce di 3.500 chilometri di tratte autostradali, grazie ad una concessione che, in base al contratto originario con lo Stato, scadrà nel 2038. Bisogna partire da queste poche cifre per capire le carte che oggi saranno sul tavolo di palazzo Chigi nel braccio di ferro tra governo e Atlantia iniziato il 14 agosto 2018, data del tragico crollo del ponte di Genova. Da quel giorno la possibilità di una revoca anticipata della concessione è diventata realtà con tutto quel che consegue per le prospettive industriali e finanziarie della società.

COSA OFFRONO I BENETTON: per provare a voltare pagina Atlantia ha messo sul tavolo una proposta in tre punti. Innanzitutto un assegno da 2,9 miliardi compresi i costi per la ricostruzione del ponte Morandi. Oltre a questo, l’impegno ad investire 14,5 miliardi di euro sulla rete da qui al 2038 a cui si aggiungono 7 miliardi per la manutenzione ordinaria. Terzo punto una progressiva riduzione dei pedaggi, con un calo delle tariffe per gli utenti nell’ordine del 5% l’anno. Numeri che configurano uno sforzo finanziario significativo per la società ma che, secondo alcune simulazioni, non azzererebbero i guadagni per gli azionisti del gruppo.

COSA VUOLE IL GOVERNO: sui tre punti proposti da Atlantia c’è una sostanziale convergenza tra governo e la società dei Benetton. Tuttavia l’esecutivo chiede qualcosa di più. Ossia che Atlantia ceda una parte della sua partecipazione in Autostrade e scenda sotto il 50%, rinunciando quindi al controllo. Gli azionisti di comando dovrebbero diventare Cassa Depositi e Prestiti e una holding creata da F2i, fondo specializzato in infrastrutture partecipato dalla stessa CDP oltre che da fondazioni bancarie, casse previdenziali e altri investitori istituzionali I Benetton sembrano aver messo in conto l’opportunità di vendere una fetta della loro partecipazione ma vorrebbero che Atlantia mantenesse il controllo conservando almeno il 51% del capitale.

A CHE PREZZO? La trattativa è resa ancora più complessa dall’impossibilità di stabilire in questo momento un corretto valore della partecipazione di Atlantia e quindi anche alla quota, più o meno grande che verrebbe ceduta. Con il decreto Milleproroghe ha ridotto l’ammontare del risarcimento che lo Stato dovrebbe pagare in caso di revoca anticipata, abbassandolo da 23 a 7 miliardi di euro.

Su questo provvedimento permangono dubbi di natura giuridica, sebbene la decisione di ieri della Corte Costituzionale che ha giudicato legittima l’esclusione di ASPI dalla ricostruzione del ponte Morandi, abbia rafforzato la posizione del governo. Va da sé che più il risarcimento è alto, maggiore è il valore dell’88% di ASPI in mano ad Atlantia e di conseguenza quello che intascherebbero i Benetton vendendo parte delle loro azioni. Il Governo avrebbe indicato in circa 8 miliardi il valore della quota, in tal caso ai Benetton andrebbe il 30% ossia 2,4 mld. Poco secondo la famiglia veneta.

RISCHIO TUTTI CONTO TUTTI: come si capisce trovare “la quadra” non è facile e il governo sembra deciso a non fare sconti o, se proprio, a farne di molto piccoli. Sulla discesa di Atlantia sotto il 50% non sembra oggetto di possibile trattativa, tutto probabilmente si gioca sul valore della quota da cedere. Ciò che spinge entrambe le parti a cercare un’intesa sono i rischi e la grave incertezza derivanti da un mancato accordo. La principale carta in mano ad Atlantia resta la possibilità di rivolgersi alla Corte di Giustizia europea contestando la correttezza dell’operato del governo italiano.

Si aprirebbe quindi un lungo e incerto contenzioso legale che, per lo Stato, potrebbe alla fine comportare il pagamento un risarcimento più alto. Ma neppure per la società sarebbe un grande affare. Le incertezze del giudizio allontanerebbero qualsiasi investitore e già oggi per Autostrade è pressoché impossibile trovare finanziatori. D’altro canto in caso di estromissione di Atlantia il governo si troverebbe senza un socio industriale in grado di gestire concretamente la rete. Il rischio è di cadere dalla padella nella brace. Non mancano fondi specializzati nella gestione di infrastrutture che da qualche tempo hanno iniziato a volteggiare in cerchio sulla testa di Atlantia. Il modus operandi di questi fondi è però quello di indebitarsi per comprare e ripagare poi i debiti spremendo dividendi dalla società a scapito degli investimenti. Una sorta di Benetton al cubo insomma.