Società

Coronavirus, i ‘profeti’ che avevano previsto la pandemia virale

“Dovremmo prepararci a una epidemia globale che si diffonde per via aerea”. Le parole del presidente americano Barack Obama, pronunciate nel 2014, suonano oggi profetiche. Ma la preparazione non ha brillato, sia da parte della sua Amministrazione sia, soprattutto, di quella del suo successore. Nessuno ha mai visto nascere l’infrastruttura, non solo americana ma globale, che Obama giudicava indispensabile per individuare, isolare e reagire rapidamente a un virus simile a quello della epidemia spagnola del secolo scorso.

Meno di un anno dopo (marzo 2015) Bill Gates profetizzò la pandemia con chiarezza sconvolgente. In una conferenza Ted Talk durata meno di 10 minuti, affermò che “il maggior rischio di catastrofe globale non è oggi il conflitto nucleare. Ciò che nei prossimi decenni ucciderà oltre 10 milioni di persone sarà molto probabilmente un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi. Abbiamo investito moltissimo in deterrenti nucleari, ma assai poco in un sistema per fermare un’epidemia. E non siamo pronti per la prossima epidemia”.

Gates, prototipo del miliardario high-tech, viene ora accusato da terrapiattisti di ogni sorta quale motore di un complotto ordito da Big Pharma per accumulare gli enormi guadagni di un fantomatico vaccino che tuttora non c’è.

Giudicare gli altri per l’archetipo che ci siamo costruiti e non per quanto costoro sostengono è un vizio che neppure la pandemia ha mitigato. E niente al mondo è più pericoloso di una sincera ignoranza e di una scrupolosa stupidità, come disse un giorno Martin Luther King Jr.

Gates aveva aggiunto che “l’incapacità di prepararsi potrebbe consentire alla prossima epidemia di essere drammaticamente più devastante dell’Ebola. Nel 2014 Ebola ha fatto circa 10mila vittime, quasi tutte in tre paesi dell’Africa occidentale. Perché non si è diffuso? Il primo motivo è l’eroico lavoro degli operatori sanitari, individuando subito gli infetti e prevenendo il contagio. Il secondo è la natura del virus: Ebola non si diffonde nell’aria e i contagiati sono tutti così duramente colpiti da starsene a letto. Terzo, Ebola non è penetrato in molte aree urbane. E quella è stata solo fortuna. Se avesse colpito molte più aree urbane, il numero dei casi sarebbe stato assai più elevato”.

Ancor prima, il presidente Bush figlio aveva espresso preoccupazioni rivolgendosi al National Institute of Health del lontano 2005. “I leader di ogni livello del governo hanno la responsabilità di affrontare i pericoli prima che appaiano e coinvolgere il popolo americano nel miglior modo di agire. È di vitale importanza per il nostro indirizzo nazionale discutere la minaccia dell’influenza pandemica ora. In questo momento non c’è alcuna pandemia nel nostro paese o nel mondo, ma se aspettiamo che appaia sarà troppo tardi per prepararci e un giorno molte vite potrebbero essere inutilmente perse perché non siamo riusciti ad agire oggi”.

Non si ha notizia di politici o magnati nostrani che, negli ultimi 30 anni, abbiano espresso simili preoccupazioni. Inconcepibili dai ceti politici e finanziari nostrani, in perpetua adorazione del proprio ombelico. Forse, l’ultima riflessione politica sul tema fu quella del primo Mussolini che, al culmine pandemia spagnola del 1918-1920, tuonò dal Popolo d’Italia il suo spirito pratico: “Basta con questa sudicia abitudine della stretta di mano”.

E per identificare qualche precursore di casa nostra dobbiamo scomodare Umberto I che, in occasione del colera napoletano del 1884, si recò a Napoli anziché a una più gradevole festa veneta: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: io vado a Napoli”.

Un profeta delle pandemie – meno simpatico e, perciò, del tutto ignorato dalle nostre parti – era stato il Generale Gheddafi, il cui pensiero è ancora presente nella memoria degli africani. Prese la parola nella 64esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2009) quale Presidente dell’Unione Africana e la tenne per 90 minuti, anziché i 15 da protocollo. Farneticò a lungo argomenti da terrapiattista, condannando il complotto di Big Pharma: “Oggi c’è l’influenza suina. Forse domani ci sarà l’influenza ittica, perché a volte produciamo virus controllandoli. È un affare commerciale. Le società capitaliste producono virus per generare e vendere vaccini”.

Sopravvalutava, come sempre, le capacità dei propri nemici, sottovalutando la complessità della natura e dell’animo umano.

La conclusione del discorso di Gheddafi, però, è un sorprendente invito alla riflessione: “Il mondo intero dovrebbe sforzarsi di proteggere le nostre genti, creare e produrre vaccini e fornirli gratuitamente a bambini e donne senza trarne profitto. Tutti questi sono punti che fanno parte della missione delle Nazioni Unite. E l’Assemblea Generale deve solo condurre a termine questo compito”.

Difficilmente un uomo politico che sostenesse oggi questa giusta causa potrebbe salutare come proprio precursore il Generale che, in quella occasione, indossava un abito libico tradizionale. E ostentava una spilla nera a forma di continente africano sul petto. Non basta comunque un solo politico, per quanto influente e coraggioso, né un solo magnate per quanto ricco e potente, a modificare la traiettoria di una civiltà in crisi di nervi.