Lavoro & Precari

Coronavirus, la “fase 2” inizia dalla formazione dei lavoratori

Per procedere con la riapertura delle attività è necessario predisporre un piano dettagliato e capillare. Ogni lavoratore deve avere ben chiaro quali comportamenti tenere in ogni circostanza. E ai tempi del Covid-19 la formazione utilizza la tecnologia.

Claudio Lucifora (Fonte: www.lavoce.info)

Riapertura: come e quando

La cosiddetta “fase 2”, quella che riguarda la riapertura delle attività produttive, è attualmente al centro del dibattito. L’opinione pubblica e i lavoratori sono disorientati e stretti nella eterna polemica tra chi sostiene che “bisogna riaprire tutto subito, perché gli altri non si sono fermati”, e chi invece insiste nel “tenere tutto chiuso, perché solo il lockdown garantisce il contenimento del contagio”. Le decisioni che dovranno essere prese il 4 maggio sono senza dubbio complesse e dense di incertezze. Dovrebbero essere adottate alcune precauzioni, che consentano alle imprese e ai lavoratori di arrivare preparati all’appuntamento.

In primo luogo, sarebbe necessario dire chiaramente che non esiste una “fase 2”, intesa come una soglia, che divide la fase di emergenza sanitaria dalla fase della riapertura e della ripresa. Con molta probabilità, il processo di riapertura delle attività sarà lento, con “stop and go”, in cui solo la tempestività nell’individuazione e l’isolamento dei nuovi casi ci consentirà di andare avanti. Quindi, il primo passo da compiere è smettere di chiamarla “fase 2”, per impedire di diffondere nell’opinione pubblica la sensazione che sia davvero cambiato qualcosa e che, semplicemente indossando una mascherina, sia possibile abbassare la guardia.

In secondo luogo, le informazioni sulla diffusione del contagio sono ancora troppo approssimative e troppo diverse da regione a regione. In queste condizioni di incertezza, prendere decisioni sulla riapertura delle attività è particolarmente difficile. Senza un costante monitoraggio a campione dei tamponi su segmenti della popolazione, non sarà possibile conoscere la dinamica del contagio ancora in atto. I numeri del campionamento necessario per avere una risposta attendibile, a detta degli esperti, sono alti ma non sono impossibili. Nell’emergenza dovrebbero essere garantiti almeno campionamenti sulla popolazione più a rischio (per esempio i lavoratori che non potranno lavorare da casa), pur nella consapevolezza che il contagio viaggia liberamente dagli ambienti pubblici ai luoghi di lavoro, sino all’interno delle famiglie. Per il dopo, dobbiamo anche sapere quale sia stata l’evoluzione del contagio e cioè capire, sempre a campione, chi è stato contagiato ed è guarito senza o con pochi sintomi. È possibile solo con i test sierologici e in questo caso l’operazione è più problematica data la necessità di somministrare il test a campioni estesi. È un’opzione difficile e costosa da mettere in pratica, ma sempre preferibile al non fare niente o al farlo troppo tardi. Fino a quando non sarà disponibile un vaccino, infatti, la possibilità di riacquistare un minimo di agibilità nella vita delle persone – dal lavoro agli acquisti, alla fruizione del tempo libero – passa per una gestione quasi militare delle procedure di sanità pubblica e del rispetto dei protocolli di distanziamento sociale (o fisico).

Le regole necessarie

In terzo luogo, per dare attuazione alla riapertura è necessario predisporre un piano dettagliato, settore per settore, quasi capillare azienda per azienda, che vada oltre i protocolli che saranno definiti nel prossimo decreto del presidente del Consiglio o nei pur meritevoli accordi interconfederali siglati nelle ultime settimane.

La nomina di una “task force” di esperti per individuare quali cambiamenti introdurre nel nostro sistema produttivo, organizzativo e sociale a beneficio del decisore pubblico, è una scelta che va salutata con favore. Tuttavia, mentre attendiamo con ansia di leggere le proposte dei saggi su quali cambiamenti sarà necessario introdurre nel nostro modo di studiare, lavorare e interagire socialmente – e su come questi potranno aprirci nuove opportunità per condurre una vita più bilanciata tra lavoro e tempo libero e migliorare la sostenibilità dei sistemi produttivi – è necessario attrezzarsi perché tutti siano informati sui comportamenti da tenere. Oltre alla sanificazione degli ambienti e alla fornitura di dispositivi di protezione individuale (chi deve garantirla?), oltre al rispetto del metro di distanza da tenere nei luoghi pubblici, ai 40 metri quadri per cliente negli esercizi commerciali, alla rilevazione della temperatura sui luoghi di lavoro e alla necessità di informare i presìdi sanitari di eventuali casi positivi, è necessario fare di più, e non bisogna perdere tempo. Quando un lavoratore si troverà nel piazzale davanti allo stabilimento all’inizio del suo turno, o all’entrata dell’esercizio commerciale dove lavora, come dovrà comportarsi? Come recarsi al lavoro? Come vestirsi e come indossare correttamente i dispositivi e proteggersi? Come alternarsi nei turni di lavoro? Come evitare la congestione negli ambienti comuni, all’entrata, in mensa o negli spogliatoi? Tutto questo deve essere definito in concreto, non in astratto. Va ricordato che, all’inizio del contagio, la mancanza o la non osservanza di queste procedure ha determinato, nelle strutture sanitarie, la diffusione incontrollata del virus.

La crisi del sistema sanitario è stata evitata, in parte, solo rincorrendo l’emergenza, creando continuamente nuovi posti di terapia intensiva e intensificando il lavoro dei medici e degli infermieri nei presidi ospedalieri. Bisogna evitare che succeda lo stesso con la riapertura delle imprese. Non dobbiamo preoccuparci solo delle grandi aziende del manifatturiero, senz’altro meglio attrezzate e in gran parte già pronte, ma soprattutto di tutte le altre, quelle piccole, quelle a conduzione familiare, i cantieri e anche le attività informali, perché il virus non conosce né dimensione, né settore . Da questo punto di vista, il recente accordo tra Fca e sindacati confederali è un ottimo esempio di piano che disciplina la ripresa delle attività in azienda. Tuttavia, anche qui, l’aspetto “informazione” ai lavoratori prevale sull’aspetto “formazione”. E quante imprese medio-piccole saranno in grado di replicarlo? È necessario attivare da subito, in tutte le aziende una capillare formazione dei lavoratori per la sicurezza al Covid-19, perché distribuire le “informazioni” e aggiornare i Dvr (documento valutazione dei rischi) non basta. Visto che le modalità di formazione tradizionale non sono realizzabili in questa situazione, è necessario utilizzare nel modo migliore la tecnologia per raggiungere tutti i lavoratori attraverso corsi di formazione in auto-apprendimento (e-learning), in una formazione declinata per ciascuna impresa, coinvolgendo tutti i soggetti interessati (direttori del personale, responsabili della sicurezza, medico competente e così via). Per esempio, si possono predisporre brevi video girati in azienda con il dettaglio delle procedure e dei protocolli di emergenza, contemplando anche test di verifica dell’apprendimento per i lavoratori. Per le imprese tecnologicamente più avanzate sarà anche possibile prevedere il tracciamento della posizione, l’invio di messaggi di allerta su dispositivi wearable e, in caso di emergenze, la condivisione di informazioni in tempo reale individuando i soggetti incaricati e attivando tutta la catena delle misure di contenimento, fino ai presidi sanitari.

Tutto questo va accompagnato da un attento monitoraggio per evitare abusi e omissioni, per le quali tuttavia non basterà l’attività degli organi di vigilanza, ma sarà necessario anche un forte impegno delle parti sociali presenti in azienda e sul territorio. Tutto va fatto subito, per non farsi trovare impreparati.