Società

Coronavirus, l’epidemia degli sceriffi non risparmia nessuno. Nemmeno i sindaci

E’ accaduto l’altro ieri in un condominio (zona Fiera) di Milano. Una giovane mamma, appena tornata dal lavoro, si ferma in cortile con una bimba di circa tre anni per farla giocare intorno alla fontana. Il cortile è molto grande e la fontana è al centro di una rete di aiole che la isolano nettamente dai porticati che conducono alle scale di accesso. A un tratto, da una scala, si affaccia una condomina che si mette a inveire contro la mamma dicendole che viola le regole del virus “creando un assembramento”.

La mamma, senza perdere la calma, risponde che la bambina è sua figlia e che, rientrando, le aveva permesso di sostare pochi minuti vicino alla fontana, quindi lontano da qualsiasi possibile contatto e chiede alla condomina dove veda l’”assembramento”, ma quella non si placa e urla che i bambini sono “veicolo di contagio” e che, se iniziava lei, altre mamme sarebbero scese in cortile rendendo l’assembramento ancora più nefasto. La mamma replica dicendo se mai avesse visto avvicinarsi un’altra madre si sarebbe allontanata, ma la risposta non placa l’accusatrice che continua a strillare per altri 20 minuti.

Immagino che quello che mi è stato raccontato da un testimone oculare sia solo uno fra centinaia di episodi che stanno avvenendo in tutta Italia e segnalano uno dei peggiori ‘effetti collaterali’ della pandemia: la rinascita dei “Capifabbricato”, cioè di una serie di soggetti che, senza alcun mandato e spesso – è il caso in questione – senza conoscere leggi e regolamenti, si investono del ruolo di sceriffi.

Il problema non è tanto la fecondità della mamma dei cretini, quanto l’esempio che viene dato da alcune istituzioni, che rischia di realizzare le “guerre di condominio” ipotizzate da Ballard: “E’ importante – ha detto Bucci – che i genovesi quando vedono i propri vicini di casa uscire gli chiedano dove stanno andando e gli consiglino di uscire il giorno dopo”.

Il posto più alto nell’hit-parade dell’umorismo involontario tocca però al sindaco di Messina, Cateno De Luca. Già noto per essersi esibito in mutande all’assemblea regionale siciliana contro la “persecuzione giudiziaria”, Cateno La Qualunque si è mostrato alle tv mentre piantato nel porto di Messina cercava di fermare e di interrogare gli automobilisti che tornavano in Sicilia, nei primi giorni della pandemia.

Nei giorni successivi De Luca ha emanato un’ordinanza con cui ha imposto l’obbligo di registrarsi, almeno 48 ore prima, su un sito Internet a chiunque intenda fare ingresso in Sicilia attraverso il Porto di Messina. Purtroppo per il Guardiano dello Stretto l’ordinanza “per il Viminale, presenterebbe molteplici profili di illegittimità – racconta Alessio Ribaudo sul Corriere dell’8 aprile – il primo cittadino infatti non potrebbe limitare gli spostamenti perché compete al Governo centrale un ruolo di vigilanza affinché le misure a tutela della salute adottate dagli enti territoriali non limitino arbitrariamente i diritti fondamentali dei cittadini, tra cui la libertà di movimento la quale, come noto, è tutelata dall’articolo 16 della Costituzione in base a una riserva di legge di natura rinforzata.”