Politica

Renzi e M5S, pro e contro dell’intesa anti-voto

Inutile girarci intorno: l’unica domanda a cui rispondere in queste ore è se i Cinque Stelle e il Partito democratico, nello specifico l’ala parlamentare che risponde ancora Matteo Renzi, faranno un governo alternativo a quello Conte. Ci sono molti pro e contro. Vediamoli in sintesi e partiamo dagli aspetti critici.

Legittimità Matteo Salvini ha stravinto le elezioni europee, con oltre il 34 per cento. È vero che l’Italia è una Repubblica parlamentare e quindi sondaggi, elezioni locali e pure quelle europee non influenzano la composizione di Camera e Senato, i cui membri hanno piena facoltà di sfiduciare un governo e appoggiarne un altro. Ma si è affermata l’idea – anche corretta in tempi di bipolarismo, meno col proporzionale – che presidente del Consiglio e maggioranza si decidono nelle urne, non nei palazzi. E un governo sorretto da due partiti che sono minoranza nelle urne e nei sondaggi nascerebbe sotto i peggiori auspici. Ci sarebbe Matteo Salvini in piazza – o in spiaggia – tutti i giorni a gridare al golpe. Così come i Cinque Stelle hanno condannato per anni l’intesa Pd-Forza Italia – Nuovo centro destra ecc. che ha governato dopo il 2013 quando il Movimento era già il primo partito.

Manovra A settembre c’è da fare una legge di Bilancio spiacevole. Servono almeno 23,7 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva da gennaio 2020, poi ci sono tutti i buchi lasciati da quella sul 2019 (dove sono le privatizzazioni da 18 miliardi?), la recessione globale che incombe e tante altre minuzie che rendono radioattiva la manovra d’autunno. Chi la farà, è destinato a perdere consensi, a meno di non drammatizzare la situazione in stile 2011, con l’Apocalisse imminente tutto diventa più accettabile. Pd e M5S potrebbero sicuramente fare e votare una legge di Bilancio, ma se si votasse a marzo-aprile pagherebbero quasi certamente un duro prezzo.

Mercati Per quanto possa sembrare strano, da tempo i grandi fondi di investimento hanno deciso che è più affidabile e rassicurante una Lega forte, anche se include esponenti fuori controllo che vogliono uscire dall’euro, piuttosto che gli indecifrabili Cinque Stelle. È vero che Matteo Renzi ha ancora una certa credibilità internazionale, molto superiore a quella domestica, ma un governo M5S-Pd assediato da una Lega vicino al 40 per cento verrebbe guardato con sospetto, almeno all’inizio, soprattutto se non avesse un presidente di grande caratura (non ci sono molti Draghi o Monti disponibili, al momento). Ci sono però anche molte ragioni che rendono l’accordo possibile e forse inevitabile.

La tattica Se si va al voto, Pd e Cinque Stelle sono destinati a vedere i loro parlamentari falcidiati. Il M5S non sa ancora se deve rivendicare la dimensione “governista”, quella di Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, o quella di piazza urlata e massimalista di Alessandro Di Battista. Cercare di tenere tutto insieme è garanzia di messaggi confusi e pasticciati. Il Pd ha un segretario così debole, Nicola Zingaretti, che manco è disposto a candidarsi premier, che non ha ancora deciso se il nemico è Salvini o Di Maio, che non ha mai detto una sola cosa netta. Stare in Parlamento conviene a entrambi i partiti, essere attaccati per “l’inciucio” sarebbe spiacevole, ma anche i dibattiti sulla fine politica del Movimento e sulla caduta di Zingaretti dopo risultati elettorali deludenti sarebbero altrettanto sgradevoli.

I passaggi C’è poi un aspetto che rende l’intesa, in un certo senso, quasi inevitabile. Prima o poi sarà votata la mozione di sfiducia della Lega a Conte, prima o dopo quella del Pd a Salvini. Qualunque sia la sequenza, presto o tardi i membri leghisti lasceranno l’esecutivo perché nessuno accetterà che sia il candidato premier Salvini a gestire le elezioni dal ministero dell’Interno. A quel punto servirà un rimpasto, anche solo per gli affari correnti. Si può anche procedere con un governo sfiduciato, ma se i tempi si allungano al punto che il governo in carica dovrà almeno impostare anche la legge di Bilancio, per evitare l’esercizio provvisorio (gestire il 2020 con lo stesso bilancio 2019), ci vorrà un premier con un minimo di legittimità. Che si chiami governo di transizione, di garanazia o di scopo, il principio è lo stesso: servirà un voto di fiducia con una maggioranza e, se si farà la legge di Bilancio, un voto su quel provvedimento. Ha senso per Pd e M5S votare un governo per passare mesi poi a prenderne le distanze? O è meglio per loro sfruttare il tempo – e quello che sembra un errore di tempistica da parte di Salvini – per limitare i danni?

I temi Lo scenario più probabile è che i parlamentari non verranno mai tagliati a 600: anche ammesso che si arrivi al quarto e ultimo voto della riforma costituzionale, poi incombe il possibile referendum, i tempi si allungano al punto da rendere l’esito incerto. Ma i Cinque Stelle potrebbero rivendicare almeno il successo del via libera parlamentare, se il Pd coopera. Renzi, in quanto dominus del gruppo parlamentare del Pd, propone di salvare reddito di cittadinanza, di evitare l’aumento dell’Iva e di confermare la riforma della prescrizione che i pentastellati hanno ottenuto ma differita dalla Lega. Tutte cose che Salvini vuole smantellare. Rischia di essere difficile spiegare agli elettori che in nome di una battaglia di principio – mai “inciuci” – i Cinque Stelle sono disposti a sacrificare tutte le loro conquiste concrete.

Le poltrone In queste vicende non sono mai dettagli triviali quelli sulle poltrone. Con un accordo Pd-M5S, i senatori del Pd destinati a vedere il loro posto a rischio guadagnano tempo, stipendi e nuova centralità. Zingaretti rinuncia di fatto alla sua leadership, ma conserva la guida della Regione Lazio e può comunque influire su un nuovo governo, cosa che mai avrebbe ipotizzato visto che il suo destino è un’opposizione molto minoritaria. I Cinque Stelle rimandano l’annosa questione del limite dei due mandati, hanno tempo di costruire un nuovo leader dopo Di Maio (o di rigenerare la sua figura) e possono incassare un presidente del Consiglio in quota loro. Uno schema possibile, se l’accordo arrivasse in tempi brevi, potrebbe essere quello che vede Conte commissario europeo e un esponente di spicco M5S a palazzo Chigi (Bonafede?). Le carte sono in tavola. Da domani si capisce che piega prenderà la partita.