Cronaca

Anch’io conosco bene Torre Maura e vi dico cos’avrebbe fatto la mia famiglia davanti a 70 rom

di Andrea Masala

Da cosa cominciamo? Dalla topografia direi. Che in questo caso è un’ornitologia. Un souvenir pascoliano? Forse sì, c’è anche via dell’Assiolo in effetti. E poi ah, l’eterno concorrente!, via del Passero solitario, dei Fenicotteri, della Poiana, del Fringuello, delle Allodole, dei Canarini e degli Usignoli. E poi gli uccelli strani: le otane, le albanelle, le cutrettole. E ancora quelli ambigui e musicali primi Novecento: le capinere. E gli uccelli incredibili, di un altro mondo di fatto e di nome: le paradisee, dove oggi si vedeva gente che voleva un altro mondo e che rischia di finire all’altro mondo. Me compreso.

Poi da Torre Maura passi il parco di Tor Tre Teste e trovi via del Grano, delle Ciliegie, dei Salici, delle Robinie e delle Azalee, perfino un’evocativa via del Campo (piena di graziose in effetti) e, superando viale Togliatti (chi fu costui? che fece?): anemoni, tuberose e mirti. E viole e rose, ancora il derby dei due italici poeti. Un angolo di Topolinia, un quartiere di Paperopoli, in questo spicchio di Roma da giorni sulle cronache del mondo per un evento piccolo ma grande, locale ma globale.

Le conosco a memoria quelle case, quelle vie, quei quartieri autocostruiti abusivamente e poi altrettanto abusivamente abitati da immigrati abruzzesi, marchigiani, calabresi che rifacevano quartieri a immagine e somiglianza dei paesi da cui venivano, quei quartieri abusivi poi contornati da villini (le palazzine) abusive tirate su da palazzinari (più brutti delle case autocostruite), vero motore dell’economia della rendita romana e infine circondariate da un’edilizia pubblica senza misura umana, che degrada invece che risanare i contesti abusivi e che prepara il sacco delle clientele eterne, gemelle di quella rendita che si diceva.

Li conosco a memoria, quei quartieri con i bar col piazzaletto fuori, con le sedie in plastica e le macchinette per il gioco delle biglie, con i casalinghi-articoli regalo-giocattoli in ogni via (paradiso dei mocciosi che ci trovano Supersantos, coltellini a scatto, cerbottane), con gli sterpi che escono da ogni marciapiede, coi pratoni selvaggi che aspettano la prossima speculazione e intanto ospitano bambini e nascondini e poi prostitute e prostituti che si inginocchiano per tre minuti, con gli alimentari che il 50% di fatturato lo fanno con la rosetta e mortadella delle 11 per gli edili.

Li conosco a memoria perché la mia famiglia ha prevalentemente fatto un lavoro da rosetta e mortadella delle 11, ha costruito e poi abitato quelle case, le ha poi vendute e ricomprate e rivendute, a seconda delle ondate di mercato, Malavoglia delle tempeste immobiliari, aggrappati a una Provvidenza di mattone e pozzolana. A seconda dei naufragi e degli approdi qualcuno ora abita i villini, qualcuno la borgata, molti una semiperiferia ripulita e commercializzata, qualcuno la residenziale. Ma tutti mantengono l’andatura delle origini.

Oggi a Torre Maura poteva essere mia zia la signora che curava la sua foresta sul terrazzo mezzo verandato (abusivamente) e che guardava il corteo senza passione, senza giudizio. Poteva essere mio cugino (uno dei mille, nelle famiglie rosetta e mortadella i cugini sono come gli esami: non finiscono mai) quello che guardava beffardo e sprezzante – mentre lavava la macchina né brutta né bella – la murga e le bandiere.

Quelle famiglie intorno al corteo, come fossero la mia, piena di gente con le braccia muscolose e magre e le mani callose, braccia e mani che ti prendono in giro (per quanto grande sia il primo che ha studiato) e poi ti aiutano sempre, senza chiedere spiegazioni. Perché sei della famiglia. E poi hanno aiutato i miei amici, quelli finiti male, quelli che finivano sempre male, senza mai chiedere niente, nemmeno le spiegazioni. Li aiutavano perché amici miei. Una famiglia che ti vede strano se non stai sulle passioni primarie, l’arricchimento minimo per sé e per la famiglia, che non capisce quel guardar lontano, quello scartare il sempre noto, che si chiude a difesa di se stessa ma poi si apre sempre per allargarsi ad altri da difendere. Gli amici del parente strano che studia, i vicini di casa, il padrone del bar in disgrazia, l’amico del bar protestato. Una solidarietà primitiva, istintuale, clanica, ma che sgorga potente e inarrestabile da un qualche cuore che non si fa mai vedere ma che batte più potente di quelli in bella mostra.

Una famiglia come la mia davanti a 70 rom portati dalla sera alla mattina nel quartiere si sarebbe chiusa a difesa. C’è un orizzonte del sempre noto da salvaguardare. E’ illusorio, certo, ma chi non vive di illusioni?

Una famiglia come la mia davanti a 50 fascisti che piombano e presidiano il quartiere con magliette, bandiere, slogan si sarebbe sentita estranea, anche se mastica lo stesso senso comune che i fascisti sanno simulare bene, che sanno solleticare e poi irrancidire.

Una famiglia come la mia davanti al nostro corteo si sarebbe sentita estranea, senza neanche quel senso comune in comune e soprattutto senza quel rispetto misto di curiosità, fascino e perfino uno strano timore che i nostri cortei, libertari e militanti, colorati e antagonisti, ballerini e incordonati, riuscivano a suscitare.

Ma una famiglia come la mia, se gli fai conoscere quei rom poco alla volta come si conoscono gli umani tra gli umani, se gli fai vedere la fatica delle madri, i fallimenti dei padri, i desideri dei bambini, una famiglia come la mia si apre piano piano, proprio molto lentamente, perché deve digerire tutta la diffidenza che si forma in chi una casa se l’è costruita e non l’ha ereditata, e molto lentamente accoglie. Prima uno, una madre, un bambino, poi una famiglia. Poi un parente o un amico di quella famiglia. Una famiglia come la mia si apre e quando si richiude per difendersi di nuovo si accorge che ha molta più gente da difendere. E la difenderà fino alla fine. O fino alla prossima riapertura per nuove accoglienze e nuovi affratellamenti. Perché nelle famiglia come la mia la famiglia non è questione di sangue più di quanto non lo sia di calcestruzzo, non è questione di albero genealogico più di quanto non sia di sudore in comune. Il sudore del lavoro, della lotta, dei bambini che giocano insieme nei cortili sterposi, delle donne che si aiutano nelle mille fatiche quotidiane.

Fuori da questa dinamica di costruzione della solidarietà reale, concreta, quotidiana, abbiamo solo la guerra tra poveri che finisce sempre con la vittoria dei ricchi. “Diritto alla casa diritto al lavoro, non ce lo abbiamo noi non ce lo avranno loro” è lo slogan che si è intonato a Torre Maura e si sta intonando a Casal Bruciato, dove “noi” sono gli italiani e “loro” gli stranieri.

Questo slogan dice tutto: dice che ci si ricorda che casa e lavoro sono un diritto, ma dice anche che dopo decenni di politiche neoliberiste questi diritti non sono in solidarietà ma in concorrenza. Non più “uniamoci per riprenderci i diritti negati”, ma “se li levano a me allora li tolgano anche a te”. Una lotta per togliere diritti e non per conquistarli, sempre condotta poi contro chi ha ancora meno diritti, nell’illusione che spogliando chi sta ancora più in basso, per un magico trickle up, qualche briciola cada verso l’alto.