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Ungheria, la ‘contro-rivoluzione’ di Victor Orbán e il suo personale concetto di democrazia illiberale

Il primo ministro Victor Orbán – paladino di Matteo Salvini e Giorgia Meloni – è riuscito a raggiungere la maggioranza sufficiente a dargli la possibilità di cambiare la Costituzione a suo piacimento e continuare la sua opera di trasformazione dell’Ungheria in una “democrazia illiberale”.

Questa vittoria è stata costruita con un lavoro paziente, svoltosi sotto gli occhi consapevoli del Consiglio e della Commissione Ue. Dal 2010, lo spazio di azione della società civile e dei partiti di opposizione sono stati progressivamente limitati. “Fake news” ripetute li hanno delegittimati e azioni di “giustizia” a comando hanno messo notevoli ostacoli alla loro azione. Una propaganda ossessiva ha convinto gli ungheresi che il loro maggiore problema era il rischio di un’invasione islamica e un cosmopolitismo che ne avrebbe distrutto l’identità.

Le regole elettorali che hanno ritagliato le circoscrizioni a profitto di Fidesz, poi, impediscono ai partiti di opposizione di essere presenti con rappresentati di lista in tutti i seggi elettorali, non pongono alcuna regola per i finanziamenti e via elencando i 36 errori nel sistema elettorale segnalati già nel 2014 dal Consiglio d’Europa.

Per non parlare dei media, vittime di un lungo processo di normalizzazione iniziato da anni e che ha portato l’Ungheria a un poco lusinghiero 70° posto su 180 nella classifica della libertà di stampa: tutto è permesso, dall’uso di “pubblicità progresso” per promuovere Fidesz, al controllo progressivo di amici e sodali di Orban della stampa locale e regionale; dall’istituzione – molto criticata a Bruxelles già nel 2010/2011 – di un consiglio per i media con poteri di supervisione dei contenuti e soprattutto di concessione delle licenze alla proibizione ad alcuni media di fare domande durante le conferenze stampa; nel 2016 il più importante giornale di opposizione Nepszabadsag è stato costretto a chiudere dopo aver dichiarato bancarotta.

In questo disastroso contesto – fortemente favorito da regole del gioco completamente truccate e da una propaganda martellante e xenofoba – non hanno pesato nella decisione degli elettori i casi di corruzione dell’entourage di Orban, soprattutto a danno del bilancio e dei contribuenti europei. Questo, è bene ricordarlo, non è “solo” un problema di diritti e libertà ma ha (o avrà) anche delle ripercussioni economiche e sociali devastanti: l’economia ungherese soffre di una progressiva “invasione” dello Stato (come ai bei tempi del “socialismo reale”) oltre che di una forte crisi del sistema educativo e sanitario. La situazione è, a detta di molti economisti, insostenibile.

Neppure è emersa la contraddizione tra il discorso anti-europeo e nazionalista e il fatto che l’economia ungherese stia a galla grazie alla sua appartenenza all’Unione europea; proprio quella che Orban vorrebbe smantellare nella sua dimensione di spazio di diritto comune, per ridurla a una specie bancomat a suo profitto e senza controlli. È molto chiaro che la sua larga vittoria rafforzerà il prestigio del Gruppo di Visegrad e la sua determinazione a portare avanti quella che Orban stesso ha definito una “contro-rivoluzione”.

Che fare allora? Innanzitutto, notare che in Ungheria esiste un’opposizione e una società civile che combatte e che ha bisogno di sentire che non sono da soli di fronte a Orban e i suoi. Non è un caso che nelle città più importanti Fidesz rappresenti una minoranza. Ma soprattutto bisogna smettere di pensare che la “contro-rivoluzione” del Gruppo di Visegrad (o di Salvini e Meloni) si possa sconfiggere rincorrendone gli argomenti, senza ingaggiare una battaglia che è politica, culturale, legale, sociale e che si pone in frontale contrasto con i dis-valori che Orban rappresenta, come abbiamo ben visto in Italia con il disastroso risultato del Pd di Matteo Renzi e Marco Minniti e la vittoria non solo politica, ma anche culturale di Salvini.

In questo senso, emerge con evidenza la gravissima responsabilità del Partito popolare europeo di Jean-Claude Juncker, Antonio Tajani e Angela Merkel, che negli ultimi anni (e anche in occasione di questa campagna elettorale) ha legittimato un operato del suo membro ungherese che si è rivelato sempre più autoritario e xenofobo, contrario ai valori democratici europei che il Ppe dice di rappresentare. Un importante e prezioso sostegno, che dimostra la dannosa ambivalenza e il doppiopesismo irresponsabile di questa potente (ahinoi) famiglia politica europea.

Insomma, viene invertito il ruolo dei partiti europei come elemento di rafforzamento e “armonizzazione” di standard di libertà e democrazia: il Ppe e in alcuni casi – come Romania o Slovacchia – anche il Pse, hanno coperto e legittimato acriticamente membri che apertamente sfidano non solo valori come Stato di Diritto, non discriminazione, pluralismo e l’obbligo di elezioni libere ed eque ma anche il progetto europeo. Un atteggiamento incomprensibile e totalmente controproducente!

Insomma, oggi più che mai la Ue appare indebolita non solo a causa degli errori madornali di politica economica che hanno favorito in questi anni una inutile austerità senza risanamento e senza solidarietà, ma anche a causa dell’insipienza e della disattenzione dei suoi leader nei confronti di pratiche illiberali e autoritarie che hanno portato, nel corso di questi anni, alla conquista di sempre maggiore consenso da parte di forze politiche che negano i suoi stessi fondamenti; anche attraverso la manipolazione delle regole del gioco e il controllo dei media.

Le ricette di Orban, a partire dalla mano dura sui migranti -praticamente inesistenti in terra magiara – non porteranno alla soluzione dei problemi degli ungheresi, esattamente come le ricette di Salvini non porteranno alcun giovamento all’Italia, perché anche qui il nostro problema principale non sono né i migranti né la Legge Fornero.

Rimane da capire se l’opposizione politica e sociale – ma anche le istituzioni Ue attraverso un cambio visibile del loro atteggiamento su molti temi – saprà nei prossimi mesi favorire rapidamente l’ascesa di un’alternativa convincente, sia in campo economico che dei diritti e delle libertà, in tempo utile per le elezioni europee del maggio 2019. In Ungheria. Ma anche in Italia.