Cinema

Foxtrot e The Florida Project, un cinema sulle contraddizioni della realtà

Quest’anno la Pasqua non è stata di pace. Un venerdì Santo bagnato da 17 vittime palestinesi che manifestavano a Gaza per il Land Day, i fucili rimasti spianati durante tutte le festività e poi nuovi spari e feriti il primo aprile, più un morto che si è aggiunto alla lista.

Il Medio Oriente non smette di ribollire, la Pasqua ebraica si conclude oggi 7 aprile e mentre Hamas annunciava premi ai suoi martiri, ieri sera altri scontri con altre 9 vittime e 1354 feriti, tutti palestinesi. Senza contare, dall’altra parte del Mediterraneo, il pericoloso rigurgito antisemita in Francia a fine Quaresima, dove il 26 marzo un’anziana signora scampata alla Shoah era stata brutalmente assassinata.

No, niente pace neanche quest’anno, e a suo modo anche il cinema in sala questi giorni parla di grandi contraddizioni, in questo caso tra i ruoli di vittime e carnefici. Con Foxtrot – tra pace indotta, morti ammazzati, controlli militari liberticidi e stato di costante allerta israeliana – il regista Samuel Maoz ci pone di fronte a una vicenda contemporanea che sbircia nella vita di una famiglia colpita dalla tragedia.

Un padre riceve in casa gli ufficiali che gli comunicano la morte del figlio durante il servizio militare. Lo spettatore verrà catapultato dalla dimensione del dolore domestico al checkpoint gestito da un pugno di ventenni. “Volevo raccontare una storia che potesse essere rappresentativa della crudele realtà in cui viviamo. Una storia che avesse un valore personale e universale”. Ha dichiarato il regista. Foxtrot prende il nome da una danza i cui passi riportano sempre alla stessa posizione. Maoz fa propria quella circolarità incollandola su tutto il film. Alza così un’onda emotiva sul senso di colpa politico endemico d’Israele, Stato/popolo vittima e carnefice insieme, ieri decimato dal nazismo, oggi artefice di cortine.

Il linguaggio però resta liminale, nobile, mai cronistico o prevedibile. Maoz parla di contraddizioni partendo dal dramma familiare, poi apre il respiro a un racconto di guerra sardonico ma rispettoso, lucido ma determinato a scovare tra eventi catartici il valore della vita. Evita di puntare semplicemente il dito offrendo al pubblico la possibilità di capire e sentire quella realtà piena d’incoerenze. Il suo affresco esce dalla statistica numerale di morti e attentati con un grosso calibro estetico imbevuto di humour nero ma insieme commovente in bilico tra iperreale e surrealismo. Il tutto, riuscendo a stare coi piedi ben piantati a terra, squarcia la realtà in un utilissimo frammento di vita israeliana nell’oggi.

Dalle contraddizioni armate d’Israele il cinema contemporaneo di sala ci parla anche di una realtà liminale al Disney World di Orlando, in America. The Florida Project (o Un sogno chiamato Florida), ci fa appollaiare tra i coloratissimi motel che circondano il parco tematico. L’oasi di divertimento tra le pieghe dei suoi sobborghi alberghieri nasconde le nuove povertà americane: una madre snaturata conduce una vita reietta nell’hotel Magic Castle insieme a tante altre famiglie che non possono permettersi caparre per affittare case. Halley va avanti con espedienti e piccole ribellioni da borderline. Così sua figlia Moonee scopre quel mondo marginale costruendoci giorno dopo giorno la sua fiaba estiva personale, ma la madre sprofonda nel baratro contrastata soltanto da un Willem Dafoe magistrale nel ruolo del direttore paziente e carismatico.

Il regista Sean Baker confeziona un racconto di vitalità e squallore nella forma splendente della sua location ispirandosi alle Giovani canaglie per il manipolo di bambini combina guai. La combriccola è capeggiata dalla piccola grande rivelazione Brooklynn Kimberly Prince. Insieme a Bria Vinaite, attrice americana di origini lituane, incarna una coppia madre-figlia da post-consumismo americano. La Vinaite – sfacciata e indomabile – sarà protagonista anche in The Beach Bum, nuovo film di Harmony Korine, un altro autore che non si è mai fatto scrupolo a dipingere la polvere sotto il tappeto sociale americano. Ecco il punto: prendere il luogo più innocuo di tutti (Disney World) ma guardare l’umanità sconfitta che gli ruota intorno e dentro. L’occhio di Baker si muove tra osservazione sociologica, inchiesta sulla povertà contemporanea, racconto di famiglia americana da servizi sociali, spensieratezza infantile e tensioni lavorative che sfiorano persino il tema della pedofilia ai margini del parco a tema.