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Brasile, una pentola a pressione pronta a esplodere

Giorni roventi per il Brasile, tre notizie che potrebbero segnare il destino del colosso sud-americano. Andiamo per ordine:

1. Cassaçao da chapa (annullamento delle Presidenziali 2014, ndr): il tribunale elettorale ha assolto, quattro voti contro tre, Dilma Rousseff e il presidente pro tempore Michel Temer, dalle accuse di abuso di potere e corruzione passiva, per la campagna elettorale del 2014, conclusa con la stentata vittoria di Dilma su Aécio Neves, leader Psdb. L’onnipresente Petrobras fu indicata da Neves come fonte di tangenti al duo, allora alleati di governo. Della serie, il bue che dice cornuto all’asino: Aécio rischia a sua volta una durissima condanna per la comprovata sollecitazione di due milioni di reais a Joesley Batista, re delle carni brasiliane e gola profonda della Procura, ai fini di pagarsi la difesa nel processo Lava Jato.

Triplo scorno per l’ex senatore: perde la sua chance di rivincita per la sconfitta del 2014, il seggio al Senato e la carica di presidente di partito. E rischia la galera. Nel caso contrario, la Rousseff, già destituita per impeachment, sarebbe stata ineleggibile per 8 anni, e Temer avrebbe perso la carica attuale, obbligando il Parlamento a un nuovo candidato. Rimane comunque indagato per le delazioni di Batista.

2. Reforma trabalhista (riforma del Lavoro): il Senato boccia la controversa riforma del lavoro, promossa dallo stesso Temer, per dieci voti contro nove. Tale riforma, sollecitata da imprese e banche, elaborata dal senatore socialdemocratico Ricardo Ferraço, avrebbe indebolito i sindacati, togliendo loro i contributi obbligatori, esponendo così il dipendente a un confronto diretto con il datore di lavoro, in manifesta condizione d’inferiorità. Ironicamente, sono stati decisivi per la sua bocciatura proprio i voti di due senatori del gruppo favorevole, Psdb e Pmdb, mentre il partito della Rousseff, il Pt, ha votato contro in blocco.

Gli altri punti-cardine del testo sono: limite orario esteso da otto a dodici ore, non oltre 48 ore settimanali. Dopo dodici ore consecutive, il dipendente ne ha 36 di riposo. Riduzione della pausa pranzo da un’ora a mezz’ora. Altro elemento, l’outsourcing, cioè l’aumento delle quote di produzione concesse esternamente. Sdoganata così la precarizzazione, le imprese risparmiano sui costi dell’assunzione diretta, riducendo i contributi. Un concetto non dissimile dai voucher nostrani, che invece di ridurre il lavoro nero lo hanno favorito.

Il punto più penalizzante nei confronti dei dipendenti, il tragitto da casa all’azienda non è più conteggiato nell’orario di lavoro. Nelle metropoli brasiliane, considerando che gran parte delle maestranze abita nelle favelas o fuori città, si può impiegare oltre tre ore negli orari di punta da casa al lavoro. Con il testo attuale, il dipendente ha diritto al computo di questo tempo nella giornata lavorativa, per il tratto di percorso non coperto da mezzi di trasporto pubblico. L’azienda in tal caso mette a disposizione i suoi; con il nuovo testo, non è più obbligata a farlo. Va da sé che ciò avrebbe comportato altri licenziamenti per gli operai più lontani dalla fabbrica, e di conseguenza una nuova ondata di proteste.

Si deve quindi un ringraziamento ai due senatori che sono andati contro le direttive di partito.

Non è finita qui: Unibanco spinge per una revisione del testo, adducendo il velato ricatto che le imprese riducono i salari per far fronte ai costi di produzione che altrimenti farebbero aumentare i prezzi al consumo. Ricordo il caso del gruppo Oas, multinazionale implicata in ben due cause di lavoro in condizioni schiaviste: nel 2013, causa ampliamento aeroporto Guarulhos, e nel 2014 per la costruzione di un centro commerciale in Minas Gerais. Oas è anche coinvolta nell’inchiesta Lava Jato per corruzione a esponenti di partito, tra i quali l’ex ministro Antonio Palocci, in carcere dal 2016 e condannato a 12 anni.

3. Processo a Lula da Silva: storico promotore di leggi a difesa degli oppressi e degli excluidos. Secondo voci raccolte dal periodico Istoé, il giudice Moro sarebbe a un passo dalla condanna  dell’ex presidente, per 87 milioni reais ricevuti proprio da Oas di cui circa 4 impiegati per acquistare il suo triplex. Citai il caso, in un post dell’anno scorso. L’accusa ha chiesto 22 anni: dieci per riciclaggio di denaro, dodici per corruzione passiva.

La sentenza è imminente. Un augurio che se l’uomo cade, ciò che di buono ha lasciato, non sia travolto con lui.

Aggiornamento del 29 giugno alle ore 15:
La riforma del Lavoro, bocciata in prima istanza al Senato, è stata riproposta in seduta straordinaria e approvata ieri notte. La pressione delle banche ha sortito l’effetto desiderato, purtroppo per i lavoratori.