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Banche, rischio svendita per i 200 miliardi di prestiti impossibili da recuperare che dissanguano i bilanci

Le cosiddette "sofferenze" possono essere vendute a fondi e società specializzati nel loro recupero. Ma queste operazioni avvengono a prezzi molto bassi, tra il 5 e il 18% del valore nominale. Per gli istituti significa incassare nuove perdite, visto che a bilancio sono iscritti al 40-50% del valore. I fondi Atlante miravano ad alzare le valutazioni, ma l'obiettivo è stato mancato

Già di per se il nome è piuttosto esplicativo. Le sofferenze sono una ferita che dissangua i bilanci dei gruppi bancari. Prestiti concessi che non verranno più recuperati o lo saranno solo in minima parte a causa dello stato di insolvenza in cui è caduto un debitore, azienda o famiglia che sia. Entro certi limiti si tratta di un fenomeno fisiologico e gestibile ma da anni il sistema del credito italiano è alle prese con un’esplosione di questi crediti malati saliti dai 60 miliardi del 2009 ai circa 202 miliardi di euro in valore lordo registrati da Bankitalia a marzo 2017. Calcolate in valore netto, ossia tenendo conto di quanto delle riduzioni sul valore del credito malato già effettuate nei bilanci, si scende a 77,1 miliardi. Se si includono nel conteggio anche i cosiddetti “incagli”, ossia crediti che si trovano in una specie di limbo in attesa di capire se si tramuteranno in sofferenze vere e proprie o se i debitori ricominceranno a pagare le rate, si sale a quasi 350 miliardi lordi e 173 miliardi netti a fine 2016.

Le responsabilità di queste situazione sono molteplici. Il sistema imprenditoriale italiano è da sempre troppo dipendente dai finanziamenti bancari e quando la crisi ha colpito, gli effetti si sono propagati velocemente e massicciamente. D’altro canto le banche hanno a volte concesso crediti in base a criteri relazionali più che economici. Da notare che in questi anni di crisi le famiglie italiane si sono dimostrate ottime pagatrici con un’incidenza di insolvenze sul totale che non arriva al 5%. I colpi alle banche sono arrivati dalle imprese soprattutto quelle di medie dimensione e su finanziamenti di valore compreso tra i 500mila e i 25 milioni di euro. Nell’intera Unione europea le sofferenze lorde ammontano a oltre 1.000 miliardi. In valori assoluti dopo l’Italia si collocano Francia (poco meno di 150 miliardi) e Spagna (140 miliardi). Il dato più preoccupante è però il rapporto tra il totale dei prestiti in essere e i crediti malati che in Italia si colloca intorno al 14% a fronte di un valore medio europeo di circa il 5%. Soltanto Portogallo e soprattutto Grecia presentano un rapporto peggiore rispetto al nostro. Non solo: come ha calcolato il centro studi di Mediobanca, ci sono 114 banche italiane, per lo più di piccole dimensioni, in cui il valore dei crediti deteriorati supera quello del patrimonio. Un’indicazione di forte stress finanziario.

Le banche hanno la possibilità di vendere questi crediti a fondi e società specializzati nella loro gestione e recupero. Il problema è che attualmente queste operazioni avvengono a prezzi molto bassi, tra il 5 e il 18% del valore nominale. Ad esempio un credito che originariamente valeva un milione di euro viene venduto a valori che oscillano tra i 50 e i 150mila euro a seconda della garanzia che accompagna il prestito ceduto. Per una banca un’operazione del genere significa di fatto incassare nuove perdite. Attualmente questi crediti sono infatti messi a bilancio con cifre pari a circa il 40-50% del loro valore iniziale. Vendendoli la banca è quindi costretta a “correggere” la valutazione del credito in linea a quanto effettivamente incassato. In Italia i valori di vendita sono molto bassi nonostante i prestiti abbiano spesso garanzie reali (come immobili e stabilimenti) superiori al resto d’Europa. Pesano le lungaggini e la farraginosità delle procedure fallimentari che costringono il creditore ad attese molto lunghi prima di recuperare quanto prestato.

In quest’ottica recentemente la Banca d’Italia ha diffuso uno studio in cui mette in guardia dall’effetto negativo che può avere la corsa a disfarsi di questi crediti di cattiva qualità. Come in qualsiasi situazione di eccesso di offerta la vendita si trasforma rapidamente in svendita, le banche incamerano perdite e questo, almeno in un primo momento, potrebbe ridurre ulteriormente l’erogazione di nuovi finanziamenti anziché agevolarla. Eppure la Banca centrale europea da questo orecchio sembra sentirci molto meno, imponendo percorsi a tappe forzate per l’alleggerimento dei bilanci. Esemplificativo il caso Mps a cui la Bce chiede di disfarsi di crediti malati per 20 miliardi di euro, contestualmente a una ricapitalizzazione da 8,8 miliardi (in gran parte con soldi pubblici) che servirà innanzitutto ad attutire le perdite delle operazioni sulle sofferenze.

Per rendere il mercato un po’ meno penalizzante per chi vende il governo ha creato nel 2016 i due fondi Atlante. I fondi sono finanziati dal sistema bancario italiano e non direttamente dallo Stato. La mano pubblica rientra però indirettamente attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (controllata dal Tesoro e dalle fondazioni bancarie) che ha investito mezzo miliardo di euro svalutato “in modo prudente” nell’ultimo bilancio. Nell’azionariato compare anche Poste Vita, divisione assicurativa di Poste Italiane, che si è impegnata per 240 milioni. La dotazione finanziaria iniziale dei fondi è stata in gran parte utilizzata per la ricapitalizzazione da 2,5 miliardi di euro di Popolare Vicenza e Veneto Banca. Uno sforzo che purtroppo è stato totalmente vanificato dalle nuove perdite registrate dai due istituti veneti nel 2016 (rispettivamente 1, 9 e 1,5 miliardi di euro). Per le due banche, che puntano a una fusione, sarà quindi indispensabile una nuova iniezione di capitali, almeno 5 miliardi di euro. Soldi che dovrebbero arrivare dal fondo salva banche predisposto dal governo (quindi con lo Stato che diventa azionista di maggioranza) riducendo ulteriormente le disponibilità effettive per fronteggiare il problema dei non performing loan. In ogni caso il fondo il 10 maggio ha concluso un’operazione proprio sui crediti deteriorati, acquistando per 713 milioni da Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti un pacchetto messo a bilancio al valore di 2,2 miliardi: ha pagato quindi un prezzo pari al 32% del valore di libro, del tutto fuori mercato.

Una soluzione diversa è stata adottata in Spagna, dove nel 2012 è stata creata una vera e propria bad bank di sistema attingendo ad aiuti europei. Un soggetto a partecipazione sia pubblica (45%) che privata che si fa carico dei crediti deteriorati delle banche in difficoltà e poi si occupa di smaltirli nell’arco di 15 anni. Le risorse concesse da Bruxelles sono andate però a pesare sui conti pubblici e implicavano condizionalità nelle scelte di politica economica del Paese. In questo modo però Madrid è riuscita a rimettere in carreggiata rapidamente un sistema bancario fortemente colpito dalla crisi esplosa nel 2008.