Politica

Pd, l’agonia di un partito sospeso: Renzi ignora l’ultima mossa di Emiliano. E nessuno vuole la colpa della scissione

L'assemblea è un altro spettacolo senza un finale, nemmeno Veltroni smuove la guerra di posizione. L'ex premier non si muove di un centimetro perché si sente più forte, l'ultima mossa del governatore cade nel vuoto, l'ex ministro non sale sul palco e va dalla Annunziata. L'unica preoccupazione è lasciare il cerino all'altro. Così la "trasparenza" dello streaming non è più cosa dei Cinquestelle: per i democratici diventa uno scontro in piazza. Che durerà altri due giorni

Lo spettacolo non ha il gran finale, anzi non ha proprio un finale, nessun sipario viene giù dopo l’ultimo atto. Il Partito Democratico resta un’anima sospesa. La sfida è aperta, sì, ma la gara è solo a chi lascia più velocemente il cerino all’altro. Renzi da una parte e Emiliano, Rossi e Speranza dall’altra: a guardarsi e basta però. Il Pd resta un’anima sospesa: la direzione doveva decidere e non ha deciso, l’assemblea doveva decidere e non ha deciso, Renzi doveva decidere e non ha deciso, i tre tenori delle minoranze dovevano decidere e non hanno deciso. La scissione doveva arrivare sabato e invece no, poi doveva arrivare domenica e invece no. “Renzi si assume una responsabilità gravissima” scrivono i tre nel comunicato di fine giornata: “Ha scelto la scissione“. Sì, ma cosa faranno domani, cosa faranno dopodomani? Dicono le agenzie che attenderanno altri due giorni. C’è chi – Mentana – dice che sembra uno di quei film che all’uscita del cinema nessuno ha capito com’è finito. Ma qui finisce come Inception, la trottolina gira e non si sa se cadrà o no, cioè se è un sogno oppure no. In questo caso un “incubo” come l’ha definito giorni fa Walter Veltroni. Il “demone della sinistra“, ha ribadito lui stesso all’assemblea, in un discorso che è stato l’unico evento di questa fase di coma vigile del partito che fondò. Ma neanche lui, che parla da papa laico, smuove la guerra di posizione che dura da una settimana o forse da un anno.

D’altra parte ci sarà un motivo se da tre anni Romano Prodi non rinnova la tessera del partito. Il Pd che avevano pensato Veltroni e Prodi, nonostante D’Alema, era un partito che voleva andare “oltre”, che voleva vincere di nuovo e per sempre contro Berlusconi, era l’Ulivo nuovo e figo che entusiasmava i giovani che dei comunisti, dei socialisti e dei democristiani gliene fregava zero. Era farcela, finalmente, senza dover contare su Bertinotti o su Mastella. Ma quella fusione ora si riscopre fredda, di sicuro è fallita, il partito si è rivelato la somma di correnti, anche se mescolate perché gli ex Ds sono un po’ ovunque e Boccia che viene dalla Margherita sta con Emiliano che sta con il “rivoluzionario socialista” Enrico Rossi. E così Veltroni c’ha riprovato, usando una parola che di solito usa Di Battista nei suoi comizi a vene ingrossate: “Non sarà il consociativismo (tra le correnti, ndr) a sconfiggere l’antipolitica – dice Papa Walter – ma il riformismo vero. Se la prospettiva è il ritorno alle coalizioni, non chiamatelo futuro, chiamatelo passato”. Ma di Veltroni resta solo la nostalgia per uno dei cento leader bruciati dai tradizionali roghi delle guerre interne, uguali a questa. Non lo ascoltano già più, troppo impegnati nell’ultimo assalto incrociato. “Basta scontri sui nomi” dicono tutti, continuando a fare polemiche sui nomi. “Parliamo di programma, di cosa dev’essere il Pd, che bisogna tornare radicati sul territorio” scongiura il ministro Orlando.

Ma Renzi resta una statua di sale, non muove più un muscolo. Gli basta la relazione del mattino, quando con trecento parole al minuto, quasi furente, rinuncia – quasi un inedito – a battute e giochi di parole a parte il grande classico per lui irresistibile del no ai veti e sì ai voti. Non pronuncia mai la parola dimissioni, deve precisarlo Orfini subito dopo. “Da lui mi aspettavo un riconoscimento, anche formale e retorico, delle ragioni degli altri – dice ancora Orlando – In questi momenti credo che serva anche un po’ di ipocrisia”. La telefonata che diceva Delrio. Ma ha ragione Bersani, la scissione c’è già stata, ma nel senso che come alla fine di tutte le storie non ci si ascolta più, non ci si capisce più, non si ammettono responsabilità, si cercano solo pretesti per il gusto di avere ragione, per non passare per quello che ha la colpa definitiva. Dopo il discorso di Renzi, quindi, la minoranza “storica” – i bersaniani – manda a parlare Guglielmo Epifani che da capo del sindacato più grande sa parlare in modo placido ma affilato come una lama di rasoio, niente tacchini sul tetto: “Noi ci aspettavamo una proposta, invece il segretario tira dritto. A questo punto molti faranno delle scelte. E non è un ricatto”. Così il pallone torna di là.

Lo streaming sembrava la grande innovazione dei Cinquestelle: i dibattiti visibili a tutti, la trasparenza dei processi di decisione. Il Pd li ha superati e portati all’estremo: i panni sporchi si lavano tutti in pubblico, i tifosi si autoeccitano, gli applausi si moltiplicano quando si attacca l’avversario o si difende il proprio campo. Così all’assemblea passano le ore ma nessuno dà una risposta. La sfilata è dei mediatori di pace, l’attesa è per la risoluzione finale, una parola definitiva.

Ma quella parola non arriva, come forse ha immaginato Massimo D’Alema che non ha fatto nemmeno lo sforzo di presentarsi. Renzi sa di essere dalla parte del più forte, in ogni caso: sono gli altri che se ne vanno, sono gli altri che litigano sulle date, sono gli altri che devono rispettare lo statuto, le decisioni della direzione, quelle dell’assemblea. “Rispetto” aveva appena finito di dire. E forse i “resistenti” che diventano puntini all’orizzonte non sono proprio quel gran dolore. Il segretario ha visto Macron, in Francia, che per evitare di stare al traino di un socialista “vero” che poi ha vinto le primarie, Hamon, ha anticipato tutti e se n’è andato dal partito, cullandosi con un movimento fondato su di sé con il quale rischia di diventare il capo dello Stato. La minoranza, quindi, è stretta – lei – in un ricatto: liberarsi da un luogo che non riconosce più come proprio al costo, però, di darla vinta a Renzi, consegnargli il partito dell’uomo solo al comando.

In realtà nessuno dei bersaniani chiede più la parola, il loro leader (cioè l’ex segretario, non Speranza) va da un’altra parte, in televisione dalla Annunziata. Allora ci pensa Emiliano. Non ha il tono da condottiero del giorno prima, anzi sembra quasi dimesso, per due volte parla di “equivoci” di comunicazione, mancata comprensione, nega che si sia detto che Renzi non si deve nemmeno candidare e il segretario dimissionario ride con Rosato: “Ma come, l’ha detto lui!”. Ma quella del presidente della Puglia è l’ultima mossa, quella che Fassino aveva chiesto di fare a Renzi e che Renzi – per orgoglio, come l’ex premier ammette – non vuol fare. Dice: “Consegno al segretario la possibilità vera e reale di togliere anche a me ogni alibi al processo di scissione: siete in grado di dare una mano a Renzi a risolvere un problema che è solo di metodo per evitare un esito negativo, condividere una strada che metta insieme un punto di vista dei tre candidati”. Il governatore scende dal podio, si avvia al tavolo della presidenza, dà la mano a Renzi. L’ultima carta: il contatto fisico, la “grande famiglia”.

Invece l’unica risposta la dà Giacomelli, il sottosegretario più vicino a Franceschini, che però parla quasi la stessa lingua di Renzi perché è di Prato: “Quello era il sosia di Emiliano?“. Il tentativo di Emiliano – ultimo, disperato, forse goffo nella forma – muore lì. L’assemblea finisce senza un risultato: l’ultima a parlare – in modo pure appassionato – è Patrizia Toia e nessuno la ascolta, Orfini scioglie subito l’assemblea. Gli “scissionisti” – veri o presunti – si sono dati altre 48 ore, poi decideranno cosa fare. Il Pd resta un’anima sospesa, ma sembra più morto che vivo. “Se dovessi spiegare a mio figlio su cosa si discute – dice Emanuele Fiano, franceschiniano ma pronto a trattare – non saprei spiegarglielo”.