Cultura

Modigliani e Caproni, artisti dimenticati di Livorno celebrati a Strasburgo con foto e corti

All'Istituto Italiano di Cultura della città che ospita l'Europarlamento serata dedicata ai lavori del fotografo e regista Luca Dal Canto che negli ultimi 4 anni ha lavorato sulla vita e le opere del pittore "maledetto" e del poeta-traduttore

Alla fine Vinicio Capossela aveva torto. Andava cantando che “Livorno dà gloria soltanto all’esilio e ai morti la celebrità”. Ma non è vero. Nemmeno all’esilio, nemmeno ai morti Livorno concede la celebrità che meritano i suoi grandi. Il Novecento di Livorno ha portato Amedeo Modigliani, Pietro Mascagni, Giorgio Caproni, Piero Ciampi. Ma di questo pantheon resta solo qualche briciola: l’intitolazione di una stradina di periferia, di una piazzetta, perfino del palasport. Solo il compositore dà il nome al lungomare che ha fatto perdere la testa a Pierpaolo Pasolini, ma è successo solo nel Dopoguerra: prima la Terrazza Mascagni si chiamava infatti Ciano, per onorare la famiglia fascistissima a sua volta affamigliata col Duce.

Livorno, che già ha i suoi problemi col presente, dimentica quasi sempre anche il suo passato più glorioso, che potrebbe proiettarla finalmente aldilà dell’idea diventata col tempo cliché della città “rossa”, ribelle e caciarona. Un meccanismo anomalo ma ben rodato che fa sì che al suono del nome di Amedeo Modigliani si pensi più alla beffa (geniale) delle false teste dei tre liceali nel 1984 e non alla vita dell’artista riconosciuto in tutto il mondo, il livornese più famoso. Di Modigliani, per dire, Livorno conserva una casa-museo che resta aperta due ore al giorno (dice un sito web aggiornato l’ultima volta un anno fa), la cui esistenza in città è una specie di segreto per i ben informati, un circolo esclusivo. La nuova giunta lo scorso anno c’ha provato con delle mattonelle distribuite sui marciapiedi che, con il segno di una M, portano fino a via Roma, dove Dedo nacque nel 1884. Ma anche lì il problema è che, oltre all’ovvia presenza di sporcizia e gomme da masticare, per accorgersene qualcuno dovrebbe pure camminare con gli occhi a terra.

Così finisce che i cittadini illustri di Livorno vengono celebrati altrove. A Strasburgo, per esempio, dove l’Istituto Italiano di Cultura organizzerà una serata sui lavori di un fotografo e regista livornese, Luca Dal Canto, che negli ultimi 4 anni ha dedicato a Modigliani e Caproni una mostra fotografica e due cortometraggi, che allestite e proiettati in varie città d’Italia e d’Europa ottenendo peraltro 76 selezioni ufficiali in Festival internazionali e oltre 20 premi.
Sarà il Cinéma Odyssée a proiettare (nella Grande Salle) i due corti, Il cappotto di lana (ispirato da Ultima preghiera di Caproni) e Due giorni d’estate (che è un omaggio a Modì), fuori concorso al Festival di Cannes del 2014. 

Sempre all’Odyssee resterà per due settimane la mostra di foto di Dal Canto: un viaggio tra Livorno e Parigi nei luoghi che sono stati di Modigliani, da via Roma dove nacque a rue de la Grande Chaumière dove morì, dal Caffè Bardi dove gli amici lo prendevano in giro alla galleria di Berthe Weill dove espose per la prima volta, con un bel casino, tumulti e polizia a causa del Nu couché, venduto all’asta per 170 milioni di dollari proprio un anno fa.

Trailer italiano cortometraggio Due giorni d’estate from Luca Dal Canto on Vimeo.

Luca Dal Canto, scusi, ma lei si è fissato. Prima Modigliani, poi Caproni. Non ha capito che a Livorno sono un po’ duri d’orecchio?
Stiamo parlando di due dei più grandi artisti del Novecento europeo, due livornesi che il 90 per cento dei loro concittadini ha gettato nell’oblio, come del resto gran parte della meravigliosa e affascinante storia della loro città, multietnica e verace, romantica e popolare. Il vero problema è che i più “duri d’orecchio” sono proprio coloro che dovrebbero investire realmente su questi personaggi, costruendoci sopra un ritorno culturale, turistico, d’immagine e di conseguenza economico. Viene fatto in città più piccole di Livorno e con molto meno appeal; grazie al supporto di sponsor privati, è ovvio, ma non capisco perché qui non ci si riesca. Neanche ora, dopo che ai livornesi è stato promesso un netto cambio di rotta che non c’è stato. Livorno sta morendo, ce ne vogliamo accorgere o no?

In fondo Caproni ha la sua bella piazza intitolata, Modigliani dà il nome a una via e perfino al palazzetto dello sport. Insomma, di cosa si lamenta?
Piazza Caproni è già mezza distrutta a 7 anni dall’inaugurazione e via Amedeo Modigliani è una piccola strada in periferia. Livorno avrebbe, con il solo porto, un potenziale di 3 milioni di turisti all’anno, ma tutti sembrano fregarsene. I pochi forestieri che miracolosamente rimangono in città vagano alla ricerca di una casa natale Modigliani “invisibile”, spesso chiusa e senza opere, oppure di un museo Giovanni Fattori (livornese tra i macchiaioli più celebri, ndr), che visto esternamente sembra un palazzo bombardato e abbandonato; o ancora di un Museo della Città costruito ma mai aperto.

Ma Livorno ha altri problemi. C’è una disoccupazione record, la città sta ancora pagando un prezzo altissimo alla crisi. “La curtura non porta i vaini”, lo dice anche uno dei suoi personaggi del Cappotto di Lana.
Sì, però alla fine si redime, comincia a leggere le poesie di Caproni e accetta che il figlio si iscriva al Classico. Un lieto fine utopico che per adesso a Livorno è lontano. Agli amministratori della città consiglio un bel viaggio in Francia per rubare un po’ di idee: lì si investe nella cultura per rilanciare città e territori in crisi economica, aprendo musei e organizzando importanti festival internazionali. O ancora meglio, rimanendo in Italia, in regioni come il Piemonte, la Puglia e il Friuli Venezia Giulia si “lavora” sul cinema, invitando le grandi produzioni a girare nel proprio territorio e ottenendo ritorni economici pari a circa 10 volte le cifre investite.

La “curtura” non porta nemmeno voti. Nonostante questo, confessi: sindaci e assessori, negli ultimi 3-4 anni, saranno corsi – tutti trafelati – almeno a ringraziarla per questa opera di promozione della città fuori dalle mura medicee del Buontalenti.
(Sorride). No non ho avuto incontri o progetti con il Comune dal 2014. Gli unici contatti sono stati a distanza, magari per rinfacciare banali e automatici atti burocratici per i miei progetti, come a dire: “Ma cosa brontoli? Guarda quanto ci hai fatto lavorare”. Tra l’altro si tratta di una mostra e due corti: a me pare perfino un po’ poco per Modigliani e Caproni. Eppure non ho mai avuto il piacere di vedere un sindaco interessato. Non mi interessano complimenti e ringraziamenti, i gusti sono gusti. Mi interessa però il futuro della città che mi ha cresciuto e che amerò per tutta la vita. Mi piacerebbe soltanto vedere un po’ d’impegno, una progettualità, un obiettivo preciso. 

Lei che ha a che fare con questi grandi del passato, ha scoperto qual è la malattia di Livorno? Perché Livorno dimentica la sua storia più bella?
Ha presente quei film apocalittici in cui i protagonisti devono sopravvivere nel niente assoluto? Ecco Livorno, ovviamente con delle eccezioni, potrebbe esserne la location perfetta. Qui è come se aleggiasse un virus ormai da oltre 70 anni, dai bombardamenti della guerra che hanno distrutto mezza città e, con essa, anche la voglia di fare, ma soprattutto di crederci. Il difetto più grande dei miei concittadini è proprio la disillusione e la triste convinzione che lì non possa più esserci qualcosa di buono. E se ai sogni non ci credi, allora è tutto finito.

Senta, per finire facciamo un gioco. Mi dica la cosa più livornese di Modigliani e di Caproni. Un’opera, un episodio, un atteggiamento.
Nella loro diversità erano due artisti simili, molto livornesi. Beh, di Modigliani sicuramente la testardaggine, in senso positivo. Quella testardaggine che lo ha fatto andare per la propria strada e diventare Amedeo Modigliani, senza mai farsi influenzare e inglobare da correnti e avanguardie artistiche. Di Caproni la sua vena nostalgica. Tutti i livornesi sono nostalgici. Basta pensare a quanti, dopo essersene andati, ritornano comunque nella loro città. Ultima preghiera non è forse un nostalgico, dolcissimo viaggio in quelle magiche “piazze aperte ai venti” che lo avevano cresciuto? Perché, alla fin fine, Livorno resta sempre la “tua” Livorno.