“Ma, signor commissario, scusi, i nudi nell’arte ci sono da sempre. Ne è piena la storia!”. “Mi chiede cosa c’è, madamoiselle Weill? C’è che in quei quadri si vedono i peli!”. Nessuno sa che faccia avesse il commissario Rousselot quando si voltò verso Berthe Weill. Ma di sicuro lei – mercante d’arte, la prima a vendere un quadro di Picasso – fu costretta a girare i tacchi per andare a chiudere le serrande della sua galleria, aperta da poco in rue Taitbout, non lontano dalle Galeries Lafayette. Così la prima mostra di opere di Amedeo Modigliani, l’unica con Dedo ancora in vita, invece di durare 27 giorni, chiuse nel giro di pochi minuti, lo stesso 3 dicembre 1917 in cui fu inaugurata. Ad attirare l’attenzione del commissario Rousselot era stato il chiasso provocato davanti alle vetrine della Galerie Berthe Weill da parte di chi stava ammirando le opere di Modigliani. E d’altra parte Leopold Zborowski, il mecenate di Modì, l’aveva fatto apposta: aveva fatto metere un paio di nudi in vetrina proprio per attirare un po’ di gente. Però finì subito male, con un dibattito acceso tra chi ironizzava e chi si indignava: “E’ una vergogna, quel posto andrebbe chiuso, altro che!”. Il caso volle che il dirimpettaio della galleria fosse proprio Rousselot, il commissario: il posto di polizia era infatti quasi di fronte alla mostra. Quando cominciò a sentire il baccano, il commissario mandò un agente. E l’intervento del poliziotto fece peggio: al suo ordine di chiudere tutto, la folla si inviperì ulteriormente. Disastro. A quel punto Rousselot alzò gli occhi al cielo, mise cappotto e cappello e andò a dirne quattro alla Weill.

I peli a cui si riferiva il commissario come pistola fumante dell’inevitabile chiusura della mostra personale di Amedeo Modigliani erano anche quelli del Nu Couché, il nudo disteso, che giorni fa è stato battuto all’asta da Christie’s a 170 milioni di dollari, 158 milioni di euro, secondo – per valutazione all’asta – solo alle Donne di Algeri, replicando anche dopo la fine della loro esistenza gli scazzi mitici tra Amedeo e l’amico-nemico Pablo Picasso.

I peli: chissà se sono ancora i peli a dare fastidio. Di sicuro c’è che il pennello di Modì fa ancora scandalo, cent’anni dopo. Mentre le tv satellitari e ancora di più internet diffondono di tutto, alcuni media anglosassoni hanno avuto l’accortezza – come segnala Mashable, blog americano tra i più letti al mondo – di censurare seno e pube della donna distesa sul letto rosso e il cuscino azzurro.

cnbc modiglianiC’è chi come Bloomberg ha sfumato l’immagine dei seni rotondi e le parti intime – neanche così mal tenute, poi – della giovane mora sdraiata in quella posa certamente sensuale. C’è chi come il Financial Times, invece, ci appiccica sopra delle volgari – quelle sì – bande nere, come se dovesse coprire gli occhi dell’ultimo pedofilo di periferia. Cnbc ha fatto un video di 36 secondi con un’immagine del quadro che è subito sfuggita, ma anche in quel caso pixelata.

Resta da capire con chi prendersela, qui che non ci sono presidi, genitori o alunni sensibili a religioni diverse, come nel caso della gita di una scuola media saltata a Firenze per vedere la Crocifissione bianca di Marc Chagall, su cui ora si muovono ispettori del ministero dell’Istruzione e arcivescovi e poi chissà.

Di certo non ci sarà motivo, qui in Italia, per folle, risse, polizia e accuse di pornografia per colpa del Nu Couché di Amedeo Modigliani, il bimbo di Flaminio, il livornese di via Roma, che voleva solo gettarsi nel mondo e ora riposa al Père Lachaise, accanto alla sua Noce di cocco. L’opera di Modì è finita in Cina, nella collezione di un riccone che si occupa di taxi e di Borsa e abita a Shangai, che in comune con il quartiere popolare di Livorno ha solo il nome. L’Italia perde un pezzo della sua storia dell’arte e non poteva farci niente, spiega il ministero dei Beni culturali, rispondendo alle polemiche del Movimento Cinque Stelle, compreso il sindaco della città, Filippo Nogarin. Era impossibile trattenerlo, ha spiegato la sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni, a meno che lo Stato italiano non prendesse il portafogli e tirasse fuori 158 milioni di euro. Non c’era nessun vincolo, nessun diritto di prelazione, perché il Nudo disteso era in Italia in regime di “temporanea importazione”. Non era possibile farla rimanere qui e le leggi di oggi rappresentano “un preciso e delicatissimo punto di equilibrio fra due valori entrambi di rango costituzionale, quali la tutela del patrimonio culturale nazionale e il diritto di proprietà privata”. Ora quel corpo nudo con tutti i suoi peli farà scandalo dall’altra parte del mondo. E nessuno che possa nemmeno dire Italia, cara, cara Italia, come (forse, dicono) pronunciò lui, con le ultime forze schiantate dalla tbc infiammata dall’alcol, in quell’ambulanza che lo portava all’ospedale Charité, a morire.