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Monte dei Paschi, l’ambiguità del Tesoro che non dice se parteciperà all’aumento costa cara all’intero sistema bancario

Per il mercato è un pessimo segnale il fatto che il primo azionista rimandi la decisione a "quando verrà formalmente presentata l’operazione". Tanto più che, in quanto ministero dell'Economia, ha partecipato passo passo alla messa a punto del piano. E' vero che per mantenere inalterata la sua quota dovrà investire almeno 200 milioni di mezzi freschi, ma la scelta è doverosa. Pena la perdita di credibilità politica

“Il Tesoro prenderà una decisione quando verrà formalmente presentata l’operazione di aumento di capitale all’assemblea degli azionisti”. Questa la risposta che viene data da via XX Settembre a chi chiede quali intenzioni abbia il maggiore azionista di MontePaschi in merito alla ricapitalizzazione dell’istituto. Una risposta formalmente ineccepibile, ma che non tiene conto di alcuni fattori che suggerirebbero invece una rapida decisione sul da farsi, mentre il titolo continua scendere e rischia di sfondare al ribasso anche la ridicola soglia dei 18 centesimi di euro a cui viene scambiato in Borsa. Il primo fattore è per così dire “politico”: se il MontePaschi è solido e addirittura – come asserito dal presidente del consiglio Matteo Renzi lo scorso gennaio – “è un ottimo affare” (salvo poi perdere da allora quasi il 90% in Borsa), non si capisce la titubanza del Tesoro.

Il non aver detto da subito quali sono le intenzioni (sostenere l’aumento oppure lasciarsi diluire) non ha certo aiutato nella ricerca di nuovi potenziali investitori per l’istituto senese e la ragione è semplice: il Tesoro non è solo il primo azionista del MontePaschi ma è innanzitutto e soprattutto il ministero dell’Economia ed è in questa veste (più che in quella di azionista) che ha seguito l’evoluzione della crisi del MontePaschi e la messa a punto del piano di salvataggio presentato alla Bce a fine luglio, subito dopo la bocciatura agli stress test. E’ il Tesoro in quanto Tesoro che ha ispirato assieme alla Banca d’Italia la maxi-operazione sui non performing loans di Siena che dovrà vedere la luce nei prossimi mesi e la cui regia è stata affidata al fondo Atlante 2. Ed è proprio per via dell’operazione di cessione delle sofferenze a un valore inferiore a quello di bilancio (seppure superiore al 20% che il mercato sarebbe disposto a pagare) che si rende ora necessario un rafforzamento patrimoniale dell’istituto nell’ordine dei 5 miliardi di euro. Che credibilità “politica” può avere agli occhi del mercato una simile operazione se il Tesoro si concede il lusso di non dire subito e con chiarezza cosa farà?

Non solo: presentato il piano alla Bce a fine luglio, lo si è stracciato a settembre mandando a casa l’amministratore delegato Fabrizio Viola (dimessosi su espressa richiesta del Tesoro) e provocando anche le dimissioni del presidente Massimo Tononi. Un intervento a gamba tesa che ha riportato indietro le lancette dell’orologio a quando la politica decideva tutto in banca e che ha fatto perdere ulteriore credibilità e tempo prezioso, non aiutando – ancora una volta – nella ricerca di nuovi investitori per la banca. Tant’è vero che ora, nel disperato tentativo di ridurre l’importo dell’aumento di capitale da 5 a 3 miliardi di euro viste le difficoltà a trovare chi è disposto a investire su Siena, il nuovo amministratore delegato dell’istituto, Marco Morelli, in accordo con advisor, Tesoro e Banca d’Italia si prepara a realizzare un bail-in mascherato estendendo “l’offerta” di conversione in azioni delle obbligazioni subordinate anche agli investitori retail. Quindi gli incauti risparmiatori che si sono fidati della loro banca verranno cortesemente “invitati” a farsi carico di una grossa fetta delle perdite, mentre il Tesoro ancora non dice cosa farà della sua quota del 4%.

Certo, l’imbarazzo è comprensibile: dopo aver detto per mesi che non c’erano problemi, il valore di quel 4% si è ridotto ora a poca cosa (da 145,3 a circa 21,6 milioni di euro) e per mantenere inalterata la quota post-aumento e sostenere la riuscita dell’operazione di salvataggio il Tesoro dovrà iniettare nelle casse di Siena circa 200 milioni di mezzi freschi (e non è detto che basti per condurre in porto il salvataggio). Non facendo nulla, invece, si risparmiano 200 milioni di soldi pubblici ma si manda un segnale pessimo al mercato, e cioè che il Tesoro non crede in un piano che peraltro, settimana dopo settimana, appare sempre più di difficile realizzazione.

Una scelta difficile, ma doverosa, anche perché l’ambiguità della non-scelta ha dei costi molto elevati che non si esauriscono nella discesa a rotta di collo della quotazione di Borsa di MontePaschi, riflettendosi piuttosto sull’intero sistema bancario italiano percepito sempre più come a rischio anche per il fatto che le situazioni di crisi che si sono generate in questi ultimi anni (dalle popolari venete alle quattro banche finite in risoluzione il novembre scorso passando per il MontePaschi) sono state gestite malamente e tardivamente. Un costo – quello della sfiducia – che si riflette negativamente sulla crescita economica e sulla tenuta dello stesso sistema bancario, alle prese con la bassa redditività e con una montagna di crediti inesigibili. Mentre l’attenzione del governo si concentra ormai quasi esclusivamente sul referendum costituzionale del 4 dicembre, sarebbe opportuno che qualcuno si domandasse che cosa sta accadendo a Siena e dintorni prima di trovarsi a dover fronteggiare la messa in risoluzione e il conseguente bail-in del terzo istituto di credito italiano.