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Attentati Parigi: quali guerre dopo l’eccidio dell’Isis?

San Francisco, fuori dal Consolato Generale di Francia

Non andrò più a lavorare per la fattoria di Maggie (B.Dylan)

Mi fa nausea il rumore assordante di parole che si è scatenato dopo l’eccidio di Parigi. Avrei voluto almeno tre giorni di silenzio mondiale, meglio se accompagnato dalla preghiera. Tantomeno non mi piace sapere che personalmente contribuisco a rafforzare il fiume inutile di chiacchiere. Non parlerò quindi del fatto specifico, ma credo sia necessario dire qualcosa di più generale, in particolare sulla guerra, che oggi tutti invocano.

Proprio nel centenario della Grande Guerra – la più tragica e sanguinosa di tutte – si riprende a parlare di guerra, come se a questo punto l’unica soluzione, di fronte a questi gravissimi fatti (stento a chiamarli guerra, ma sono guerra e nello stesso tempo non lo sono), sia una risposta armata, non solo di bombe, cannoni e aerei, ma anche di uomini.

Non possiamo lasciare alla Fallaci e ai suoi follower il ruolo di interpreti ufficiali dello stato d’animo dei cittadini occidentali. Non possiamo lasciare ai giovani storditi dal consumismo e dalle mode il compito di rappresentare la difesa culturale delle nostre libertà e delle nostre istituzioni. Chi manderemo dunque a combattere e morire? Per chi scenderemo in guerra? Per difendere i diritti della Goldman Sachs di continuare a fare affari più o meno sporchi sulla pelle delle nostre leggi e dei nostri concittadini? Per tenere alta la bandiera di un modello di società che sta distruggendo la nostra cultura, le nostre tradizioni migliori, il nostro senso religioso della vita? Per proteggere i diritti di un capo del governo qualsiasi di fare carne da porco della Costituzione? Per congelare la struttura di una società che si disinteressa di quelli che stanno male e lascia rubare quelli che hanno già molto? No, io non andrò più a combattere per un mondo che non è il mio, al quale mi sono opposto (invano) e mi oppongo quotidianamente, che disprezza gli uomini, che cerca di annichilire gli individui come persone e vorrebbe ridurre tutti a macchine da consumo e produzione. No, lo dico anche come ufficiale degli alpini che ha giurato fedeltà a questa Repubblica: “I ain’t marching anymore” (Phil Ochs).

È chiaro che c’è un problema Islam. È una questione seria, non nuova con la quale dobbiamo misurarci. Ma la strada scelta fino ad oggi – quella delle tre scimmiette che non vedono non sentono e non parlano – non ha funzionato. Ancora peggio sarebbe la via becera dello scontro violento, nel nome di una presunta nostra superiorità morale e civile: è triste che chi la sostiene – in contrasto con la prassi attuale – non si renda conto che nessuno come Oriana Fallaci è figlio di Giulio Andreotti, che la linea “dura” è la coda e la conseguenza della politica morbida e aperturista, ambedue purtroppo tragicamente prive di basi culturali, fondate solo su un utilitarismo da quattro soldi.

Che fare dunque? Rafforzare certamente i mezzi di protezione delle nostre comunità. Ma non solo. Bisogna soprattutto tornare a guardare seriamente in casa nostra, ritornare ai valori che oggi diciamo di voler difendere, ma che in realtà abbiamo calpestato e dimenticato: la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, la giustizia sociale, il rispetto e la dignità di tutti gli individui, la tolleranza verso i diversi, il potere esecutivo e quello giudiziario intesi come servizi al benessere generale. Il resto verrà di suo. Questa è l’unica guerra che potremo combattere. In questi giorni ho visto tante bandiere francesi esposte. Su nessuna di queste però sono riuscito a leggere la scritta “libertà, uguaglianza, fratellanza”.