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Referendum Grecia: Bruxelles sotto i calcinacci caduti dall’Acropoli

Il referendum greco è una salutare batosta per la Corte dei Miracoli che monopolizza la scena politica europea, producendo catastrofi materiali e degrado etico.

Come si riuscirà a restaurare l’antica e veneranda Unione, diroccata dai suoi ultimi occupanti, è ancora tutto da vedere. Ben venga – comunque – lo smascheramento e la messa in mora delle loro malefatte. E gli insabbiamenti di verità con cui hanno difeso pervicacemente i propri possedimenti. A partire dall’oblio in cui venne precipitata l’origine vera della trappola in cui il popolo ellenico è finito.

Uscita dalla dittatura dei colonnelli con un sistema fiscale che faceva acqua, ben presto la Destra greca al governo (pasticciona e corrotta, ma rimpianta dagli attuali signori dell’Euro) si trovò a fare i conti con crescenti buchi di bilancio. E la soluzione venne offerta – in forma truffaldina – dai soliti gatti e volpi del sistema bancario internazionale in agguato. Nello specifico Goldman & Sachs, che allestì un falso acquisto del debito pubblico, per poi riconfezionarlo in yen e rigirarlo allo stesso governo che l’aveva ceduto. Così messo in grado di portare il titolo ben due volte ad attivo contabile e realizzare una cosmesi assolutamente fasulla. Vale la pena di ricordare come il responsabile G&S per l’area mediterranea fosse tal Mario Draghi, mentre il consulente del board risultava un certo Mario Monti.

Quando nuovi governanti (Papandreu) sostituirono ad Atene i vecchi mascalzoni e aprirono i cassetti, non ebbero il coraggio di prendere di petto la questione, iniziando a tergiversare. Qui entra in scena l’Europa germanofona, del tutto inadeguata a garantire leadership alle faccende europee. Anche perché – nel frattempo – stava montando una mutazione genetica dell’Unione europea: da enclave dell’economia sociale di mercato in un Occidente allagato dal reaganismo liberista, a nuovo epicentro del Washington Consensus; presunto dall’attuale generazione di politicanti carrieristi come il vero talismano del successo elettorale.

Il mix di inadeguatezza e dottrinarismo fondamentalistico ha trasformato una questione di modesta entità (il debito greco, al netto degli interessi usurari, corrispondeva al Pil della provincia di Vicenza) in un rito sacrificale; officiato da improvvisati Torqueada. Spettacolo al limite risibile, se non grondasse di lacrime e sangue. Comunque, con un cast di attori dilettanteschi e penosi, d’area teutonica e dintorni: dal ministro economico tedesco Wolfgang Schaeuble (cui si mettesse in grembo un gatto d’angora potrebbe interpretare la parte di Stavro Blofeld, il capo della Spectre nei primi 007) al fido discepolo Jeroen Dijsselbloem (un pinocchietto olandese dai ricciolini con la gommina); per arrivare al gran capo dei socialisti continentali Martin occhi-da-pesce-lesso Schulz, impegnato a dare ragione al sempre imbarazzante Silvio Berlusconi quando lo voleva raccomandare nel ruolo di kapo.

La Corte di casi umani dove impera Angela “piedi-di-piombo” Merkel, pronta a svendere la costruzione europea per miserrimi calcoli elettoralistici interni; nonostante sia lascito anche di “suo nonno” Konrad Adenauer. Insomma, un tipetto attrezzato al massimo per il ruolo di affittacamere in qualche pensione di Turingia o Sassonia, che ora finisce travolta dai calcinacci caduti dall’Acropoli ateniese. E al suo fianco il coro dei garruli comprimari francofoni: da Jean-Claude Junker, con il suo risibile piano di sviluppo che vorrebbe fare il verso a quello di Obama grazie a un po’ di fichi secchi, ai sonori quanto inutili chicchirichì del galletto François Hollande dal trespolo nell’Eliseo. Dove la Mekel sta recandosi per farsi consolare da un partner di accertata insignificanza. Come – scendendo a sud – altrettanto insignificanti si rivelano i puffi italici; che speravano di sembrare giganti salendo sul carro del presunto vincitore, parcheggiato a Bruxelles. Ovviamente il nostro premier Renzi; che da spregiudicato furbone già manda in avanscoperta nei talk show qualche fanciulla della casa a spiegarci che lui è sempre stato contro l’austerity. Gli fa eco qualche presunto intellettuale nazionale, come il solito “Brambilla che ha sciacquato i panni in Potomac” Franco Gavazzi; dedito – prima di domenica – al “portare vasi a Samo”, sentenziando che è Alexis Tsipras ad aver rovinato la Grecia.

Con tutta ‘sta gente, salvare la costruzione europea non sarà uno scherzo.