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Egitto, dalle proteste alla prigione: la ‘generazione carcere’

“Generazione carcere: la gioventù egiziana dalle proteste alla prigione”. Questo è il titolo del rapporto con cui, la settimana scorsa, Amnesty International ha sintetizzato la schiacciante repressione nei confronti dei giovani attivisti del Cairo.

Dopo la rivolta del 2011, i giovani egiziani erano stati acclamati e blanditi come simbolo di speranza dai leader militari nazionali e dai partner internazionali. Il loro idealismo e l’impegno a favore di ‘pane, libertà e giustizia sociale’ si erano rivelati forze trainanti per il cambiamento. Ma oggi molti di questi giovani attivisti stanno languendo dietro le sbarre, a conferma di quanto l’Egitto sia regredito a uno stato di polizia che ricorre appieno alla repressione.

Secondo gli organismi locali per i diritti umani, sotto il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi il giro di vite iniziato nel luglio 2013 con l’arresto di Morsi e dei suoi sostenitori si è allargato via via a tutto il panorama politico egiziano, con oltre 41.000 persone arrestate, accusate di reati penali e processate in modo irregolare.

La Legge sulle proteste, entrata in vigore nel novembre 2013, autorizza le autorità ad arrestare e processare dimostranti pacifici a loro piacimento e criminalizza la mera azione di scendere in strada senza previa autorizzazione. Inoltre, dà alle forze di sicurezza mano libera per usare forza eccessiva e letale nei confronti di manifestanti pacifici.

Tra i casi documentati dal rapporto di Amnesty International, vi sono quelli di Ahmed Maher e Mohamed Adel, leader del “Movimento giovanile 6 aprile”, il noto blogger Ahmed Douma, Alaa Abd El Fattah, un blogger e autorevole voce critica che è stato in prigione sotto Hosni Mubarak e il Consiglio supremo delle Forze armate, e i difensori dei diritti umani Yara Sallam e Mahienour El-Massry.

Insieme a loro, si trovano in carcere persone che hanno protestato contro la deposizione di Morsi, come il cittadino irlandese Ibrahim Halawa, le studentesse universitarie Abrar Al-Anany e Menatalla Moustafa e la insegnante Yousra Elkhateeb.

Di orientamento diverso, religiosi e laici, hanno tutti in comune l’aver sfidato la durissima Legge sulle proteste o ulteriori norme che limitano in modo arbitrario il diritto alla libertà di manifestazione pacifica.

Le autorità egiziane cercano di giustificare le politiche restrittive ricorrendo al tema del mantenimento della stabilità e della sicurezza. Il paese subisce attacchi da parte gruppi armati, che hanno causato la morte di centinaia di soldati, in particolare nel Sinai settentrionale (l’ultimo attacco risale al 1° luglio), e di molti civili.

Azioni da condannare senza riserve, sottolinea Amnesty International, come l’omicidio avvenuto al Cairo il 29 giugno del procuratore generale Hisham Barakat (un pessimo segnale: era dal 1990, quando venne ucciso il presidente del parlamento Rifaat al-Maghoub, che non veniva colpito un così alto funzionario dello Stato), che però non devono diventare il pretesto per violare i diritti umani. E, al di là del terrorismo, se in alcune manifestazioni vi sono stati episodi di violenza, la risposta delle forze di sicurezza è stata sistematicamente sproporzionata.

Molti arrestati sono stati portati di fronte ai giudici a seguito di accuse false o motivate politicamente e sono stati condannati, al termine di processi di massa con centinaia di imputati, sulla base di prove insufficienti o inesistenti o solo grazie a testimonianze da parte delle forze di sicurezza o a indagini della Sicurezza nazionale.

Altri sono in carcere da lungo tempo senza accusa né processo. Tra questi, c’è lo studente Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein, arrestato mentre tornava a casa dopo aver preso parte a una protesta, solo a causa di uno slogan scritto sulla sua maglietta. Secondo i suoi familiari e avvocati, ha “confessato” sotto tortura attività collegate al terrorismo. Ha trascorso il suo 19esimo compleanno in prigione, dove è rinchiuso da più di 500 giorni.

Il dato di migliaia di persone condannate per false accuse o a causa di leggi che limitano la libertà di espressione e di manifestazione pacifica, è in profondo contrasto coi pochi casi di agenti di polizia processati per violazioni dei diritti umani a partire dal gennaio 2011. Nessun membro delle forze di sicurezza è stato chiamato a rispondere sul piano penale per il massacro di centinaia di sostenitori di Morsi, avvenuto nelle piazze Rabaa Adawiya e al-Nahda del Cairo il 14 agosto 2013.

Il mondo, nel frattempo, tace sui diritti umani e si affretta a firmare lucrosi accordi commerciali, ad acquisire influenza politica, a collaborare in materia d’intelligence e a concludere nuove vendite di armi ed equipaggiamento per le forze di polizia e per l’esercito, che potrebbero facilitare le violazioni dei diritti umani.

Francia, Italia (notare l’accento sugli imprenditori) e Germania hanno avuto colloqui con il presidente Abdel Fattah al-Sisi mentre la sua amministrazione metteva migliaia di oppositori politici dietro le sbarre. Non risulta in alcun modo che durante questi incontri sia stata chiesta la fine di queste gravi violazioni dei diritti umani.

La Gran Bretagna ha invitato a colloquio il presidente al-Sisi un giorno dopo che Morsi era stato condannato a morte al termine di un processo irregolare.

A marzo, gli Stati Uniti d’America hanno annunciato la fine del blocco sui trasferimenti di armi all’Egitto e l’offerta di assistenza militare continuativa alle forze armate e di sicurezza del paese.

E così la generazione del coraggio, osannata quattro anni fa, è diventata la “generazione carcere”.

PS: Qui la replica del governo egiziano al rapporto di Amnesty International. Del terrorismo abbiamo già scritto sopra, mentre non si capisce in che modo un rapporto sulla situazione dei diritti umani possa violare “il diritto del popolo egiziano a scegliere la propria leadership”.