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Elezioni in Israele: la campagna radicale di Netanyahu, tra identità e nazionalismo

Contro ogni attesa, il premier ha vinto grazie alla sua politica arrabbiata, scomposta, rivolta a suscitare paure e rancori. Ma dopo avere accusato la comunità internazionale di complottare contro di lui e l'intervento al Congresso Usa, sarà difficile riprendere il dialogo con Stati Uniti e partner europei

Ha vinto con la campagna “Gevalt”, come la chiamano in Israele con un termine yiddish. Ha vinto con la strategia dell’allarme continuo, dell’emergenza, delle paure sbattute in piena faccia agli israeliani. Ha vinto sollevando gli istinti più razzisti dei suoi elettori, aggredendo e mettendosi contro tutta la comunità internazionale. Ha vinto anche, probabilmente, grazie a un fiuto cinico e spregiudicato, che spiega la sua lunga permanenza sulla scena in uno dei sistemi politici più rissosi e frammentati al mondo.

Benjamin Netanyahu ha vinto, contro tutte le aspettative, i pronostici, i sondaggi. Il leader dell’Unione Sionista, Isaac Herzog, il politico moderato che sembrava aver guadagnato simpatie e consensi tra gli israeliani, ha telefonato a Netanyahu per congratularsi e ha riconosciuto la sconfitta. Il Likud, a questo punto, con circa 30 seggi conquistati alla Knesset, può guidare un governo di destra, che raccolga i partiti ortodossi, dei coloni e dei nazionalisti religiosi. Netanyahu ha già invitato al tavolo dei negoziati Naftali Bennett di Bayit Yehudi, Avigdor Lieberman di Ysrael Beytenu, i leader dello Shas e di United Torah of Judaism. Nel governo entrerà, probabilmente, anche Moshe Kahlon, un fuoriuscito del Likud che ha conquistato dieci seggi con un nuovo partito centrista, Kulanu. Il nuovo governo sarà, comunque, espressione di uomini, valori, interessi, fortemente radicali e nazionalistici.

Tutta la campagna di Netanyahu è stata del resto calibrata su questo messaggio estremo. Il giorno prima delle elezioni, Bibi ha sconfessato anni di dichiarazioni ufficiali dei governi israeliani – e un suo celebre discorso del 2009 – annunciando che “con me primo ministro, non ci sarà uno Stato palestinese. Domenica, nella grande manifestazione dei coloni e della destra a Rabin Square, Netanyahu aveva ancora una volta sollecitato gli istinti più estremi dei suoi elettori, spiegando che gli “anti-patrioti”, Isaac Herzog e Tzipi Livni volevano cedere Gerusalemme ai palestinesi e retrocedere al di là dei confini del 1967.

L’esibizione di una politica robusta e senza compromessi negli ultimi giorni si è allargata in tutte le direzioni. Netanyahu è arrivato a accusare la comunità internazionale di complottare contro lui e il suo governo; un’accusa arrivata dopo settimane di scontro aperto con l’amministrazione Obama per il discorso di Netanyahu al Congresso Usa. I giovani militanti di V-15, protagonisti di una campagna porta a porta anti-Bibi, sono stati bollati come “servi di Obama”. Il giorno delle elezioni, di fronte a un’apparente alta affluenza al voto degli arabi israeliani, Netanyahu ha violato il silenzio elettorale e ha chiesto agli elettori di destra di precipitarsi alle urne. “Sei un razzista”, ha immediatamente replicato Herzog, notando che Netanyahu creava allarme attorno a un diritto costituzionale degli arabi israeliani: andare a votare.

Molto è stato detto, e scritto, su questo tipo di strategia. “Nervosa”, “scomposta”, “pericolosa”: gli aggettivi si sono sprecati sul fatto che la campagna “scomposta” del vecchio leader mostrava la sua debolezza, il suo essere arrivato, con ogni probabilità, al capolinea politico. L’opinione non era solo degli oppositori, ma di molti membri del suo stesso partito, il Likud, sospinto sempre più a destra, lontano dallo spirito dei vecchi conservatori alla Menachem Begin. Persino i membri in pensione dell’establishment militareIDF, Shin Bet, Mossad, polizia – erano saliti sui palchi delle piazze israeliane per prendere posizione contro Bibi.

E invece, contro ogni attesa, Netanyahu ha avuto ragione. Ha avuto ragione la sua politica arrabbiata, scomposta, rivolta a suscitare paure e rancori; forse perché proprio questo, di paura e rabbia, è il sentimento oggi più diffuso in alcuni settori dell’opinione pubblica israeliana. Vinte le elezioni, garantita la sua sopravvivenza politica, Netanyahu si trova ora di fronte una serie di sfide difficili. Con la sua campagna, il leader del Likud si è tagliato molti ponti alle spalle.

Sarà difficile riprendere il dialogo con Stati Uniti e partner europei. Barack Obama ha annunciato di “essere pronto a lavorare con il nuovo leader di Israele”, ma lo sgarbo al Congresso sicuramente peserà. Bibi si troverà poi a doversi destreggiare tra le promesse fatte ai coloni su Gerusalemme e i Territori, e l’obbligo internazionale di continuare nei negoziati con i palestinesi. Infine, c’è il fronte interno: il costo della vita, i prezzi proibitivi
delle case, la necessità di redirigere l’enorme budget militare – che assorbe più del 6% del Pil – alle necessità dell’educazione, della sanità, dello sviluppo.