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La Grecia vista da Francoforte

Domenica scorsa facevo scalo a Francoforte e, per ammazzare la noia aeroportuale, mi sono appollaiato su di uno sgabellino al bancone del solito limbo-lounge per scoglionati il quale, benché oberantemente kitsch, aveva il merito d’ospitare un pianoforte disponibile all’improvvisazione dei purganti in transito, alcuni peraltro talentuosissimi visto che, prima che un tizio in tuta fucsia e mocassino a zebra attaccasse svenevolmente Céline Dion, s’erano imposti Franz Liszt, Skrjabin e pure un dinoccolatissimo emulatore di Keith Jarrett. Nel frattempo, sprimacciavo soprappensiero la Frankfuter Allgemeine − giornale altero, è vero, ma ancora un lusso per chi è costretto a sperimentare di giorno in giorno la sindrome neurodegenerativa di Repubblica, che proprio ieri l’altro insegnava Come aprire una bottiglia di birra con un foglio di carta.

Céline Dion, comunque, è stata sufficiente a distogliermi dai ‘musicanti’ per concentrarmi sul paginone increspato del giornale, che titolava Tsipras beißt auf BetonTsipras morde cemento, orgoglioso omaggio all’inscalfibile ‘durismo’ teutonico, impassibile innanzi alle richieste greche −, rincarando, nelle pagine economiche, Denn sie wissen nicht, was sie tunPerché non sanno quello che fanno, omettendo, va da sé, il “perdona loro”. I toni, infatti, sono inclementi: “In Grecia regna il caos. Non si pagano più gli stipendi e lo Stato rimane a galla ricorrendo ai soliti trucchi”; “Con parole durissime, il governo Tsipras viene descritto come incosciente e incompetente”. Della lista di sette riforme proposte da Varoufakis nella sua lettera a Dijsselbloem, si dice sprezzantemente: “Nel migliore dei casi, a Bruxelles questa proposta ha suscitato ilarità”. E ancora: “A Francoforte, Bruxelles e Berlino circolano giudizi severissimi sul governo greco.

Il Ministro delle Finanze Varoufakis viene infatti descritto come un ‘fallimento totale’. “Gli altri ministri delle Finanze lo evitano”; “I nuovi padroni della Grecia sono ‘rivoluzionari da caffè’ che non hanno ancora capito il livello di pericolosità della situazione in cui hanno condotto il proprio paese. Vengono dipinti come ‘inconcepibilmente incompetenti’”. Ma ben oltre quest’improbabile manfrina mistificatoria, l’affondo politico è affidato alla bocca di Thomas Oppermann (Capogruppo parlamentare dello Spd: mica la Merkel, dunque, ma un’indulgente ‘colomba socialdemocratica’): “Varoufakis è un professore di economia che finora è stato abituato a diffondere la propria visione del mondo nelle aule dell’università. Oggi però la Grecia ha bisogno di una solida prassi di governo e di tecnocrazia (Technokratie)”.

L’elemento sconvolgente, in tutto ciò, è che una delle massime – presunte serie ed autorevoli − testate europee avvalli, per giunta in prima pagina, tesi così maldestramente raffazzonate che per borioso ‘cialtronismo’ superano a destra i peggiori guaiti da Bar Sport – della serie, “piove, Varoufakis ladro”, et similia. Ed è grave che l’informazione più accreditata si presti a tali operazioni, subdole oltreché volte alle mera delegittimazione di un avversario peraltro già agonizzante, i cui argomenti vengono preventivamente ridicolizzati senza nemmeno darsi briga di prenderli in considerazione.

Anzitutto, è ai limiti del grottesco sostenere che la situazione di estrema “pericolosità” in cui versa la Grecia sia il risultato delle politiche di Syriza. Forse sarebbe opportuno cominciare a chiedere il conto a chi la Grecia se l’è svenduta come fosse di sua privata proprietà: dagli armatori pressoché esentasse per ‘diritto’ costituzionale a Papandreou, che nel 2011 controfirmò alacremente le misure di austerità imposte da Merkel e Sarkozy – cioè la vessazione ad uso bancario di un intero popolo −, disponendo di un conto svizzero familiare di cinquecento (!) milioni di euro (di cui, via Falciani, Sarkozy era a conoscenza, motivo per cui non è implausibile adombrare la prospettiva del ricatto).

Secondariamente, chiunque abbia anche minima contezza degli scritti di Varoufakis – su tutti Il Minotauro globale, dove propone una lettura penetrante, ed assolutamente non-ortodossa, del nesso crisi-capitale nel secondo dopoguerra − sa benissimo che il personaggio è tutt’altro che un dilettante allo sbaraglio o un vetero-marxista fuori tempo massimo. L’uomo, infatti, è lucido ed intellettualmente raffinato, ma il punto è un altro: non ha alcuna possibilità di intervenire in modo conseguente e radicale sul contesto in cui è chiamato ad operare. È evidente, infatti, che se l’intera comunità internazionale si stringe intorno a cappio, non c’è economista − tanto meno in uno Stato ridotto alla paralisi di sovranità quale la Grecia – che possa farsi promotore di una politica economica non suicida. Ridotto all’impotenza, Varoufakis non ha scelta − e certamente non vi sono le condizioni per mutare la situazione a suo favore, visto che l’Unione Europea, il Fondo Monetario e la Bce – ma soprattutto il potere finanziario − hanno già deciso che la Grecia, per poter continuare ad esistere come unità formale dell’Unione, deve soccombere come unità materiale (in termini hegeliani, deve cioè sacrificare – ossia distruggere − la propria società civile per poter continuare ad esistere soltanto come Stato). Fossi in Varoufakis darei le dimissioni domattina.

Inutile, dunque, sforzarsi di demistificare ulteriormente le baggianate cubitali della Faz, visto che si tratta di mera propaganda denigratoria ad uso interno. Su un ultimo punto, però, vale la pena soffermarsi: l’invito alla “tecnocrazia”. Proclama folle, visto che, nell’ultimo trentennio, tecnocrazia ha significato essenzialmente: il potere politico deve tramutarsi in una mera funzione amministrativa del capitale dedita ad agevolare il più possibile flussi e rendimenti finanziari – cioè esattamente quanto ci ha condotti nel baratro. Il termine, poi, non dissimula affatto il proprio sottofondo macabro: per ragioni ‘tecniche’, poiché lo richiede l’asettica oggettività dei ‘conti’, la vita di milioni di persone – molte delle quali, ad oggi, non han più nemmeno le medicine per curarsi – diventa un dettaglio irrilevante. È forse pleonastico dire che cosa ricordi la rivendicazione della necessità, tanatopolitica, di mortificare milioni di individui – e così le esigenze fisiologiche dei loro corpi, il loro desiderio sociale, le loro pratiche − per ottemperare a un ordine superiore concepito su base tecnologica.