Mafie

Mafia, le domande ‘eretiche’ sul delegato di ‘Confindustria della legalità’ indagato a Caltanissetta

La vicenda di Antonello Montante – al quale, come si usa tra persone civili, auguro di riuscire a chiarire totalmente le pesantissime accuse che gli vengono rivolte da alcuni pentiti di mafia – riporta a discorsi che anche su questo blog sono stati fatti, suscitando polemiche e anche una sgradevole vicenda giudiziaria. Riporta a domande che quando sono state poste apparivano “politicamente scorrette” solo perché fuori dal coro di conformismo che si esibiva attorno al duo Antonello Montante – Ivan Lo Bello. Due nomi sui quali non si potevano avanzare critiche, porre interrogativi. Di fronte a quella che ho chiamato “l’antimafia di carta” bisognava solo applaudire, adattarsi a quanto raccontavano gli entusiasti articoli del Corriere della Sera. Parlare di alcuni affari imbarazzanti, come quelli intessuti dai due leader della “Confindustria della legalità” significava beccarsi una querela per uso eccessivo della verità. Chiedere conto a Confindustria Sicilia delle sue attività concrete sull’antimafia equivaleva ad un insulto, domandare conto della sotterranea, ma non troppo, azione politica di Montante, Lo Bello e del loro referente politico Giuseppe Lumia, nella formazione del governo guidato da Raffaele Lombardo, che ha avuto un assessore direttamente espressione di Confindustria Sicilia, equivaleva a fare una minaccia mafiosa.

Forse è il caso adesso di porre di nuovo alcune di quelle domande considerate eretiche dal conformismo della chiesa dell’antimafia. Cosa è stata l’esperienza confindustriale siciliana guidata dai “Dioscuri della Legalità”, Ivan Lo Bello e Antonello Montante? Scarsi i risultati sul piano dell’azione antimafia concreta. Le espulsioni di imprenditori reticenti nella denuncia sono state praticamente nulle. Chi è stato cacciato, lo è stato perché arrestato o perché coperto da imputazioni gravissime, cosa che sarebbe accaduta anche senza il mitico Statuto della legalità. La Confindustria della legalità però si tiene in casa, con deferente rispetto, tale Mario Ciancio Sanfilippo indagato per concorso esterno in associazione e mai cacciato dall’assindustria catanese.

La Confindustria antimafiosa in Sicilia di fatto ha creato un sistema di potere inattaccabile, dopo una primissima stagione di impegno condotta da poche persone che hanno rischiato in proprio e poi sono state lasciate sole come Ignazio Cutrò.

Nessuno ha mai osato sfidarla, i pochissimi che l’hanno fatto, sono stati messi nel tritacarne. Di contro, chi entrava nel cerchio magico poteva condurre i suoi affari al riparo dell’ombrello dell’antimafia. Doveva partecipare a qualche convegno, fare qualche dichiarazione alle agenzie contro i boss, sfilare accanto a magistrati, prefetti e superpoliziotti e il gioco era fatto. Gli affari, qualunque tipo di affari, condotti con qualsiasi metodo finivano al riparo e nessuno osava aprire bocca.

La cordata confindustriale rapidamente procede con un’ “occupazione militare” di tutti i centri di potere economico in Sicilia: Camere di Commercio, Consorzi, società aeroportuali. Ogni luogo dove si articola il potere reale, viene gestito in modo capillare. Un potere inflessibile, cangiante, nel quale si entra e si esce a seconda del favore dei due sovrani.

Un binomio, quello tra Lo Bello e Montante che nell’ultimo periodo pur restando formalmente intatto, si sarebbe interiormente incrinato. Montante avrebbe preso troppo spazio e Lo Bello si sarebbe trovato relegato in una posizione di secondo piano. Montante non ha mostrato scrupoli. Un uomo che parla con tutti, anche con i nemici di ieri, uomini che, insieme a Lo Bello, aveva pesantemente emarginato. Una ricerca frenetica di alleati, di sostegni per consolidare un potere questa volta non diviso con nessuno. Montante si preparava a guidare la nuova generazione che aspira a sostituire i vecchi shogun del potere siciliano. Per farlo aveva bisogno di relazioni forti e un certo numero di facce pulite, di uomini nuovi, non vecchi tirannosauri come Ciancio o Virlinzi. Aveva bisogno anche di uomini che contano nell’economia siciliana, non importa, anzi meglio, se nemici di Lo Bello.

Oggi la sua corsa sembra frenata dalle accuse dei pentiti. Sarà una pausa o uno stop definitivo? Azzardare una previsione è ancora troppo presto. Sta di fatto che l’indagine di Caltanissetta rischia di creare un rimescolamento delle carte. E, in Sicilia, quando certe carte cominciano a rimescolarsi troppo, non c’è mai da stare tranquilli.