Economia & Lobby

Finanza: ‘activist investors’ o gramigna del mondo?

Luigi MuccitelliIl termine “attivista” si riferisce in genere a qualcuno che svolge qualche attività politica o sociale con un impegno maggiore a quello usato normalmente dagli altri. Il vocabolario Zingarelli lo definisce come un “Militante di base che partecipa attivamente a creare consensi ad una organizzazione politica o sindacale”.

L’attivista investitore è invece tipicamente un investitore che si preoccupa di creare consensi (sarebbe meglio dire “guadagni”) esclusivamente al suo portafoglio. Infatti i più bravi (e spietati) sono diventati in pochissimi anni ricchissimi miliardari. Di qualcuno di loro ne abbiamo già parlato recentemente anche su questo blog. Paul Singer per esempio è stato primo piano in ben tre miei articoli dedicati alla disputa tra l’Argentina e il suo Hedge FundElliot Management.

In questa disputa Mr. Singer non si è per niente distinto, come fanno i migliori investitori, nella bravura a scegliere investimenti promettenti (infatti lui ha cominciato a comprare le obbligazioni “Argentina” proprio quando gli altri le svendevano per liberarsene), ma nella determinazione a speculare senza ritegno sulla “pelle” di comuni risparmiatori ben lontani dall’avere le sue risorse finanziarie e la sua preparazione tecnica (un po’ come se nel pugilato mettessero a combattere un peso piuma contro un peso massimo).

Un altro di cui abbiamo parlato in due articoli è stato Bill Ackman nella disputa tra il suo hedge fundPershing Square Capital Management” e la “Herbalife” una grande società quotata in borsa che produce e vende in tutto il mondo sostanze dimagranti, supplementi vitaminici e proteine alimentari. In questa disputa emerge in modo ancor più evidente “l’attivismo” operato dallo speculatore al fine di creare artatamente le condizioni necessarie a produrre il guadagno immaginato e sperato. Lui infatti ha usato, al fine di creare un crollo del titolo Herbalife in borsa, con estrema disinvoltura persino soggetti estranei alla attività finanziaria, come sindacalisti e politici.

Probabilmente li ha convinti di essere loro alleato a sostegno dei loro ideali e/o rivendicazioni. Invece, il suo obbiettivo era ed è sempre e soltanto quello di far soldi in qualunque modo possibile. In questo caso lo strumento necessario è stato il “rumore” sui media nazionali col quale, ad un certo punto, avrebbe costretto a far intervenire perfino l’organo di controllo sulle attività finanziarie (la Security Exchange Commission).  L’esperto Ackman sapeva benissimo che una indagine della Sec (con quelle motivazioni) a carico della Herbalife avrebbe prodotto l’effetto di far crollare la quotazione del titolo Herbalife nel listino di borsa. Lui ha investito un miliardo di dollari nell’operazione, e naturalmente ne voleva portare a casa di più semplicemente gonfiando il crollo del titolo con qualche operazione “short” piazzata al momento giusto. Quasi un gioco da ragazzi per quelli come lui.

Ma la Herbalife non è certo l’unica “preda” su cui la volpe Hackman ha puntato gli occhi. Da qualche mese p.es. ha pianificato una scalata ostile alla impresa farmaceutica “Allergan” (produttrice del noto prodotto anti-rughe “Botox”) in collaborazione con la Valeant Pharmaceuticals. La tecnica è più o meno sempre la stessa: si compra un bel pacco di azioni della società “preda”, si entra nel consiglio di amministrazione con qualche consigliere di fiducia e si comincia con le azioni di disturbo. Tra le quali ovviamente c’è sempre in questi casi la proposta di vendere o cedere la quota di maggioranza agli scalatori. Il tutto naturalmente confortato da notizie sui media che parlano di scandaletti veri o presunti (che fanno scendere il valore del titolo. E gli affari devono andare decisamente bene all’ardito Ackman se si è concesso proprio di questi tempi il lusso di comprarsi un appartamento nel cuore di Manhattan al prezzo record di 80 milioni di dollari.

Nel caso Herbalife però Hackman è andato a sbattere contro un ostacolo che non aveva previsto, un ostacolo di nome Carl Icahan, ovvero uno dei più grossi, smaliziati e pericolosi “activist investors” in circolazione. Uno che quando sale in cattedra ha ben pochi rivali nel suo campo, e sarà interessante vedere come andrà a finire questa sfida ora che la Sec ha deciso di indagare.

Ma anche Icahan, pur essendo già diventato uno dei maggiori miliardari d’America, non è certo uno che si accontenta. Da socio proprietario di oltre 50 milioni di azioni Apple, è andato a rovinare la digestione nientemeno che a Tim Cook il mitico Ceo della Apple, che da tre anni sta facendo soldi a palate su tutti i mercati del mondo, per dirgli che fa male a tenere tutti quei miliardi di utile parcheggiati in qualche banca in giro per il mondo (Cook non li porta in Usa se no deve pagarci le tasse!). Dovrebbe invece usarli, almeno in buon parte, per fare delle robuste operazioni di buy-back (acquisto di azioni proprie), sulle quali però dovrebbe pagarci le tasse, a meno che usi contemporaneamente la tecnica del Corporate Inversion.

Dice Icahan: il titolo Apple è attualmente molto sottovalutato (circa 100 dollari ad azione), se lui cominciasse a fare un po’ di buy-back il valore del titolo si impennerebbe rapidamente arrivando presto, secondo i suoi calcoli, anche al raddoppio. L’esca di Icahan su Cook è palese, dato che il primo a guadagnarci da questa “manovrina” finanziaria sarebbe (come tutti i Ceo del mondo sanno) il Ceo stesso, che prende i bonus (sempre per motivi fiscali) in titoli della società, solitamente guadagnandoci due volte, perché se c’è il bonus c’è anche un titolo che si apprezza.

Ma il furbo Icahan non parla certo per generosità: se andasse in porto la sua proposta lui vedrebbe salire il valore del suo investimento in Apple da 5 miliardi a dieci miliardi!

Infatti, come sostiene William Lazonick, un economista all’Università del Massacchussets: “Massicci buy-back come quello che propone Icahan, premiano quelli che non hanno fatto praticamente nulla per il successo della Apple (Icahan per esempio non ha fatto nulla)”.

Sono d’accordo col prof. Lazonick, molto meglio investire quel denaro in modo produttivo piuttosto che usarlo per premiare i parassiti della finanza speculativa. Intendiamoci, non tutti gli investitori sono dei parassiti, ma tra gli “Activist Investors” è molto difficile trovarne qualcuno che non lo sia.