Economia

Ue, Berlino frena e Parigi ristagna. Ecco che cosa cambia per gli italiani

Mal comune mezzo gaudio? "Questo principio in economia non vale", ha detto Matteo Renzi. Ma anche pensare che la congiuntura negativa dell'Eurozona non ci riguardi è sbagliato. Sergio De Nardis, capo economista dell'istituto di ricerca Nomisma, spiega che effetti avrà questa situazione per Roma. Dall'indebolimento delle esportazioni, prevedibile se i tedeschi diventeranno più poveri, alla possibilità di dribblare la manovra correttiva se la Francia otterrà più flessibilità sui conti pubblici

L’Eurozona nei guai. La Germania che vede il Pil scendere per la prima volta dal 2012. La Francia in stagnazione e fuori dai parametri del Patto di stabilità. La prima reazione potrebbe essere: mal comune mezzo gaudio. Ma questo principio “in economia non vale”, ha detto a poche ore dalla diffusione dei dati il premier Matteo Renzi. Anche pensare che quello che succede a Berlino e Parigi non ci riguardi, però, sarebbe miope. Un esempio: se i connazionali di Angela Merkel diventano più poveri, è probabile che taglino shopping e vacanze in Italia. Mentre se i francesi ottengono da Bruxelles l’agognata “flessibilità”, Roma potrà pretendere altrettanto. E, di conseguenza, evitare le temute manovre. Ilfattoquotidiano.it ha parlato delle conseguenze delle notizie di giovedì per le famiglie e le imprese italiane con Sergio De Nardis, capo economista dell’istituto di ricerca Nomisma

Il motore tedesco sta frenando. Le economie più fragili dell’Unione sono tra le cause di questo andamento o possono subirne le conseguenze?
Direi che è vera soprattutto la seconda affermazione. Berlino rallenta perché tutta l’economia europea è debole e ci sono tensioni geopolitiche in diverse aree. Ma se la Germania smette di fare da traino, ne sentiremo gli effetti. In particolare sul fronte delle esportazioni, unico elemento dinamico che sta sostenendo la nostra economia: se i tedeschi smetteranno di comprare i nostri prodotti, la congiuntura italiana non potrà non risentirne. Vedo però anche uno spiraglio positivo: in questa situazione può darsi che Berlino diventi un po’ più sensibile rispetto alla necessità di fare qualcosa per rilanciare la crescita. E dunque più flessibile, o almeno più aperta al dialogo, sui criteri di finanza pubblica.

La Francia quest’anno non rispetterà il “tetto” fissato per il rapporto deficit/Pil. Ma, in apparenza, Bruxelles bacchetta Roma molto più di Parigi. Dove sta la differenza? 
Noi abbiamo un debito che vale il 135% del Pil. Quello della Francia è in crescita, ma è sotto il 100% del prodotto. L’elemento principale che ci tiene sotto scacco è questa zavorra.  

Parigi chiede alla Ue di allentare i parametri del Patto di stabilità. Che cosa succederebbe se l’avesse vinta e questo valesse per tutti, cioè se ottenessimo la tanto invocata flessibilità?
L’Italia potrebbe evitare il rischio di dover fare, già quest’anno, una manovra di tagli e aumento delle tasse. Per quanto riguarda gli anni successivi, se passasse questa linea diventerebbe possibile perlomeno diluire il duro aggiustamento fiscale previsto dal Fiscal compact, che entra in vigore proprio nel 2015 e, così stando le cose, richiede di abbattere la parte di debito che eccede il 60% rispetto al Pil di un ventesimo.

“Diluire” l’aggiustamento significa poter ridurre le tasse?
Diciamo che significa avere più tempo a disposizione per conseguire gli obiettivi di risanamento. Cioè avere la possibilità, perlomeno, di non far crescere le tasse. Per diminuirle, l’unica strada è tagliare drasticamente la spesa pubblica.  

Il rallentamento dell’Eurozona può avere ricadute sui tassi di interesse che famiglie e imprese pagano per prestiti e mutui?
Non direttamente. Su questo fronte il problema principale è che la politica monetaria non riesce a trasmettersi in modo adeguato all’economia reale. I tassi di interesse ufficiali della Bce sono molto bassi, quasi a zero, ma noi non lo vediamo: quelli che le banche applicano alle imprese italiane sono tra il 2 e il 3%. Questo è un elemento di notevole freno. A cui si aggiunge un altro “nodo”: il tasso di interesse reale è pari a quello nominale meno l’inflazione. Ma in questa fase in Italia l’inflazione è vicina a zero. Risultato: il tasso che le imprese pagano di fatto aumenta. 

La deflazione, cioè il calo dei prezzi, non è una buona notizia nemmeno per i consumatori?
No, perché l’aumento dei tassi di interesse reali, che ne è conseguenza, riduce gli investimenti e il livello di attività delle imprese. Che non assumono e in alcuni casi licenziano. In più la deflazione erode la ricchezza delle famiglie. Quindi l’effetto finale sui consumatori è negativo.