Cronaca

Vaticano, cardinale Lajolo: “Nozze gay sono paravento di legittimazione sociale”

Intervista al presidente emerito Governatorato dello Stato della Santa Sede nel giorno dell'uscita del suo libro "Lettere alle amiche", edito dalla Libreria editrice vaticana, nel quale ripercorre senza reticenze le sfide della Chiesa di oggi

Dai divorziati risposati ai matrimoni gay, dalla pedofilia a Vatileaks, dall’otto per mille allo Ior, fino all’inedita convivenza di due Papi in Vaticano, “che può avvenire a patto che uno dei due sia emerito”. Sono i temi che affronta, in un’intervista esclusiva a ilfattoquotidiano.it, il cardinale Giovanni Lajolo, presidente emerito del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, “Lettere alle amiche“, edito dalla Libreria editrice vaticana, nel quale ripercorre senza reticenze le sfide della Chiesa di oggi.

Eminenza, i divorziati risposati guardano con grande attenzione al Sinodo sulla famiglia che si svolgerà a ottobre in Vaticano. Cosa si augura?
E’ un tema attuale, diffuso, scottante ma non è quello principale riguardante la famiglia. E’ sentito da singole persone in modo diverso a seconda della loro fede. Il vero problema è quello di dare una svolta alla presenza della famiglia cristiana nel mondo di oggi. Essa può avvenire ponendo la forza su due aspetti: la preghiera nella famiglia e l’educazione dei figli. Se la famiglia resta unita il problema dei divorziati risposati resta relativizzato e riportato alla sue giuste proporzioni.

Nel suo libro definisce i matrimoni gay “come un paravento di legittimazione sociale”. Perché una posizione così forte?
Dio ha fatto l’uomo per la donna e la donna per l’uomo. Così essi sono una sola carne, cioè una sola vita. Non c’è un altro disegno di amore al di fuori di quello di Dio che sa come è fatto l’uomo. I matrimoni gay non possono non deludere chi li fa.

Lei scrive che la teoria del gender “sta contaminando le grandi istituzioni internazionali come l’Onu e le sue organizzazioni”. Lo stesso Onu che attraverso il Comitato sui diritti dell’infanzia ha duramente accusato la Chiesa cattolica di aver “permesso decine di migliaia di abusi su minori”. Cosa risponde?
Questo Comitato ha mostrato un’ostilità preconcetta alla Santa Sede che da sempre combatte ciò che è peccato. Se poi i singoli pastori in diversi casi non sono stati abbastanza accorti nell’allontanare il pericolo di pedofilia non si può accusare la Santa Sede. Essa non comanda come il sindaco nel suo paese o il prefetto nella sua provincia. La Chiesa è organizzata in modo molto decentralizzato. Volere attribuire la responsabilità del vescovo alla Santa Sede vuol dire misconoscere la realtà costituzionale della Chiesa.

Lei definisce l’omosessualità e la transessualità come “tendenze disordinate ma non peccaminose”. In che senso?
Se uno si trova con una tendenza nel proprio fisico, nel proprio spirito questa non è che l’ha posta lui. Il peccato c’è quando la volontà aderisce liberamente al male. Talvolta la volontà è fortemente inclinata. La tendenza in sé non è peccato. Nel libro dico anche che questa predisposizione fisica all’omosessualità in pochi casi è congenita, mentre nella maggior parte dei casi è acquisita da comportamenti o influssi che si sono avuti nell’età della preadolescenza o dell’adolescenza. E’ la mia opinione personale. Credo che anche non pochi esperti la pensino così.

Lei è stato anche tra i principali artefici della revisione del Concordato con l’Italia del 1984. Un’ampia fetta dell’opinione pubblica chiede l’abolizione dell’otto per mille alla Chiesa cattolica. Cosa risponde?
L’otto per mille ha un triplice vantaggio: assicura ai sacerdoti un salario minimo, più basso di quello di un insegnante delle scuole elementari (da 800 fino a 1200 euro), così che possano svolgere serenamente la loro attività senza doversi preoccupare dell’entrate, vivendo poveramente ma dignitosamente; inoltre permette di intervenire negli edifici sacri, che spesso sono di grande arte, e anche di costruire nuove chiese; e consente infine opere di carità. Chi si esprime per l’otto per mille in favore della Chiesa cattolica sa che questi soldi giungono davvero al loro fine, mentre spesso in tanti enti e fondazioni si contribuisce volentieri ma non si è sicuri su dove vanno a finire i soldi.

Qual è il bilancio del primo anno di pontificato di Papa Francesco?
Estremamente positivo. Il Papa ha un modo di parlare semplice e suggestivo, comprensivo e profondo, teologico e pastorale che non si può non ammirare. Piace ma non è un populista, perché le esigenze che impone sono alte e difficili. Non dice embrassons nous e fate quello che volete. Papa Francesco richiama alle grandi esigenze del vangelo. Questo nulla toglie allo splendore dottrinale del suo predecessore, Benedetto XVI, grande maestro che piaceva ai semplici e ai colti. Però aveva un linguaggio meno suggestivo, più alto, più universale, magisteriale, bellissimo anche letterariamente, però meno “masticato” del linguaggio di Papa Francesco.

Come vede la strada delle riforme intrapresa dal “G8” del Papa? E l’introduzione di un dicastero economico affidato al cardinale George Pell?
Il disegno è solo abbozzato. Bisogna vederlo nella realtà concreta. Le linee operative di questo dicastero economico non sono ancora indicate, c’è solo la struttura generale. Penso che le congregazioni difficilmente possano essere toccate, mentre i pontifici consigli potrebbero essere ridotti di numero e le competenze spostate presso le congregazioni. Ma il Papa a me non ha detto come farà!…

Nella sua lunga carriera lei è stato anche segretario dell’Apsa. Che effetto le fa sentirla definire oggi ufficialmente “banca centrale del Vaticano”? E lo Ior?
Lo Ior di per sé non è la banca del Vaticano in senso proprio, tecnico. E’ l’istituto finanziario che serve per il passaggio dei beni dalle sedi centrali delle congregazioni a quelle periferiche soprattutto per le missioni. Nello Ior si appoggiano tutti gli onorari dei dipendenti della Santa Sede, quindi agisce da banca in questo senso. Invece l’Apsa viene considerata banca centrale del Vaticano perché nel 1929 con la convenzione finanziaria, quella che allora si chiamava Amministrazione straordinaria dei beni della Santa Sede venne in possesso di una quantità di oro che teneva negli Usa. Oro quasi tutto alienato negli anni Novanta perché non è fruttifero, mentre la Santa Sede ha le sue spese e ha bisogno di avere rendite maggiori. Una banca centrale è anche prestatore di ultima istanza per salvare istituti finanziari, ma tutto questo all’Apsa non avviene. Essa investe quelle poche risorse finanziarie di cui dispone per avere un certo reddito per il funzionamento della Santa Sede.

Lei era a capo del Governatorato vaticano quando è scoppiata Vatileaks. Come ha vissuto questa vicenda?
Non c’è da meravigliarsi più di tanto rispetto ai tradimenti e alle infedeltà avvenuti nel passato. Che cosa è stato rivelato? Qualche peccato grave? No, è stato rivelato che ci sono alcuni cardinali che la pensano in un modo e altri che la pensano in un altro. Questo è logico: non siamo mica fotocopie. I giudizi diversi si tengono riservati per non ferire la suscettibilità delle persone. Tradire la riservatezza è stata la cosa grave.

Il suo numero due era monsignor Carlo Maria Viganò, oggi nunzio in Usa. Come è stata la vostra collaborazione?
Viganò è una persona intelligente che stimo. Gli è parso di vedere aspetti negativi e secondo me ha visto male. E’ un uomo capace e sono contento che il Papa lo abbia inviato a Washington sede di indubbio grande prestigio.

Lei è stato anche il diretto superiore dell’attuale Segretario di Stato e neo cardinale Pietro Parolin. Un suo pregio e un suo difetto?
Monsignor Parolin, allora Sotto Segretario, mi ha introdotto con grande umanità e gentilezza nel mio nuovo ufficio di Segretario per i rapporti con gli Stati. Aveva già una visione universale della Chiesa e conosceva molto bene tutti i problemi diplomatici della Santa Sede. Per lui ho affetto perché è stato così buono con me. Non posso che lodarne accortezza e sapienza. Tante volte io prendevo decisioni un po’ irruenti e lui diceva subito attento, è meglio fare così. Era sempre perfetto. Forse è un po’ timido, ma questo è anche bello. Non è baldanzoso, non è irruente, guida con dolcezza.

Twitter: @FrancescoGrana