Politica

Crisi: dopo amnistia e ‘pastrocchium’, qualcuno pensi al Paese

La Cancellieri risolve il problema del sovraffollamento nelle carceri con amnistia e indulto, mentre i parlamentari sono vicini alla soluzione del come farsi rieleggere con la stessa facilità del Porcellum e sembrano vicini al traguardo con l’Italicum di Renzi. Quindi dopo essersi occupati delle categorie dei detenuti (anche illustri) e dei parlamentari, ora ci sarebbe da pensare al resto del Paese, quello fatto di persone che non vanno in carcere (semplicemente perché rispettano la Legge) e che non vive alle spalle della comunità.

Certo, la priorità dell’agenda politica rimane ancora quale legge elettorale adottare per aggirare la sonora bocciatura del Porcellum da parte della Consulta e garantire un posto a tavola a fedelissimi e amici. Le ipotesi sono ancora una giostra, ma il giro è quasi finito. Per molti è imprescindibile tornare alle preferenze. Quelle abolite dal 95% degli italiani negli anni novanta perché valorizzavano i “portafogli di voti” in mano alla mafia, ai potentati locali, si denigrava. Il portaborse di Moretti è la rappresentazione fedele della questione. Si passò al Mattarellum. E gli italiani scoprirono (come sempre, solo dopo aver votato) che erano stati fregati con i collegi sicuri: il centrosinistra doveva piazzare qualcuno? Lo candidava nella blindatissima Emilia. Lombardia e Sicilia, invece, erano l’eldorado della poltrona per il centrodestra. Poi Berlusconi cadde e per limitare l’avanzata dei “rossi” s’inventò il Porcellum. Bocciato dalla Consulta, ora si cerca di tornare ai vecchi sistemi. Forse ci siamo. Basterebbe guardare al passato del nostro Paese e all’estero per evitare errori già commessi e imitare sistemi virtuosi (come quello spagnolo) che garantiscono la riconoscibilità dei candidati. Ma vabbè, l’intento pare più quello di rimandare la soluzione definitiva e mettere una “toppa” temporanea alla falla.

Così come su amnistia e indulto. Non sono mai serviti a niente. Sono toppe. Ma il ministro Cancellieri, consolando l’amica Ligresti, ha scoperto che le condizioni dei carceri sono disumane (hei, ministro, buongiorno). E quindi invece di migliorarle fa uscire un po’ di persone. Invece di trovare fondi per costruirne di nuovi o usare quelli inutilizzati, magari distribuendo in maniera coerente i detenuti in base ai reati e non sbattere un pluriomicida nella stessa cella di un rapinatore di cibo al supermercato (invece che in carcere dovrebbero mandarlo alla Caritas dove potersi guadagnare da mangiare aiutando i volontari). Per carità, la sopravvivenza nelle celle italiane è disumana, ed è sacrosanto che chi ha pene di pochi mesi e per piccoli reati stia fuori. Ma vanno cambiate le leggi, vanno fatti interventi duratori e concreti. Altrimenti tra sei mesi siamo punto e a capo.

Ad assistere a tutto questo c’è un Paese che tenta di sopravvivere lottando con le storture create dalla politica (Imu e Tares gli ultimi gironi infernali). E va avanti nonostante i gabellieri di Equitalia, nonostante le banche che non concedono credito (quasi cento miliardi in meno distribuiti nel 2013 rispetto al 2012) e che per coprire i propri buchi, oltre a ricevere fondi dallo Stato (Mps ha incassato quattro miliardi quattro di Monti bond e non si sa se mai li restituirà), impone dall’oggi al domani a correntisti e aziende di rientrare di prestiti e fidi. Un Paese in cui l’economia non è ferma, ma è immobile.

Quando questi problemi entreranno davvero nell’agenda del governo? Basterebbe rimodulare il carico delle imposte per le aziende che investono (o vogliono farlo) e tassare chi ha davvero molto. E anche qui, guardando in Europa (alla Spagna o alla Francia) ci sono moltissimi esempi. E noi invece abbiamo ministri che s’inventano gli esodati per poi dirgli che non ci sono soldi (cara Fornero) o che tolgono i miseri aumenti conquistati con fatica dagli insegnati anni prima (l’alieno Saccomanni).

Dopo aver pensato a detenuti e parlamentari qualcuno si occuperà finalmente anche di tutti i cittadini? Di quel Paese che non va in carcere e che non vive alle spalle della comunità.