Politica

Trasparency International, se l’Italia è più corrotta di Giordania, Cuba e Namibia

Ogni anno agli inizi di dicembre, quasi in simultanea con le prime decorazioni natalizie, fa una fugace apparizione sui media italiani la classifica della corruzione percepita nel mondo, il Corruption Perception Index. La elabora e diffonde – ormai da 15 anni – un’organizzazione non governativa con sede in Germania, Transparency International, certificando così le opinioni di investitori, imprenditori ed esperti internazionali sul rischio d’imbattersi in tangenti e altri favoritismi indebiti nei diversi paesi dove vanno a fare affari. Da sempre ai vertici si collocano Nuova Zelanda, Danimarca e paesi scandinavi, maglia nera sono i paesi con una corruzione endemica e capillare, come Somalia, Afghanistan, Sudan, Corea del Nord.

Udite udite: l’Italia nell’edizione 2013 si colloca al 69° posto su 175 paesi considerati, terz’ultima tra i paesi dell’Unione Europea – peggio di noi solo Bulgaria e Grecia. Imbarazzante il raffronto con altri paesi di più fragili tradizioni democratiche – per usare un eufemismo. Rispetto alle cattive abitudini e ai maneggi sottobanco riscontrati nei contatti con burocrazia e classe politica italiana, persino paesi come Giordania, Arabia Saudita, Ghana, Cuba, Namibia, Bahrein, Lesotho e Ruanda sono ritenuti esempi luminosi di integrità.

E’ vero che l’indice di Transparency International misura solo le percezioni, ma d’altro canto la realtà della corruzione – trattandosi spesso di reati – non è osservabile alla luce del sole. Certo, vi sono eccezioni, i tuffi acrobatici del Celeste nelle acque cristalline della Costa Smeralda dallo yatch noleggiato a suo uso e consumo del fido Daccò erano addirittura paparazzati. Ma le percezioni degli esperti rappresentano con buona approssimazione le dimensioni dell’universo sotterraneo della corruzione, come dimostrano diversi studi. Non bastasse, quelle percezioni tendono a plasmare la realtà della corruzione cui si riferiscono. L’indice di Transparency è, infatti, una bussola che orienta scelte di imprenditori e decisioni di investimento. Utilizza quell’indice chiunque voglia calibrare le incertezze del trasferimento di risorse e capitali in un paese straniero, il rischio di imbattersi in politici voraci, ritardi inesplicabili nei passaggi burocratici, avance di faccendieri pronti a “risolvere problemi” e “fissare contatti” con chi opera nelle sedi di governo e negli uffici pubblici. Detta brutalmente, il campanello d’allarme della corruzione percepita in Italia terrà alla larga gli operatori economici più onesti e benintenzionati. Quelli che invece nonostante tutto arrivano, conoscono già la partita sporca che probabilmente li aspetta, e sono pronti a giocarla, alimentando così la domanda di corruzione.

Non c’è memoria di un qualsivoglia commento o dichiarazione a chiosa di questo dato raggelante da parte di esponenti politici nostrani, gli stessi di solito così garruli quando si tratta di inondare l’etere di comunicati stampa o di concedere interviste su ogni tema dello scibile umano. Peccato, presumibilmente molti tra di loro avrebbero cognizione di causa per svelare le ragioni di questa curiosa anomalia, magari alcuni possiedono persino il know how per spiegarci perché nessun altro paese con livelli di sviluppo paragonabili a quelli italiani sia caduto tanto in basso. Ma alla fin fine è un silenzio giustificabile, in questo periodo di profonda crisi economica e lacerazioni sociali i politici italiani hanno altro di cui occuparsi. Si pensi, ad esempio, alle vessazioni imposte dai magistrati a centinaia di consiglieri regionali, costretti a sottrarre tempo prezioso alla loro attività di tutela degli interessi collettivi per una micragnosa giustificazione fattura per fattura, scontrino per scontino, delle modalità creative con cui hanno investito fondi pubblici destinati alla cura dei loro rapporti con gli elettori in profumi e creme di bellezza, cartucce da cacciatore, briglie di cavallo, videogames, noleggio di limousine, etc..

Eppure le premesse per una decisa inversione di rotta c’erano tutte. L’indice funziona infatti come una sorta di termometro, utile a misurare le reazioni degli osservatori internazionali rispetto a quanto è accaduto in un paese nell’anno precedente. Il 2012 è stato in Italia il primo anno di governo post-berlusconiano, con un esecutivo tecnico di decantazione nazionale a guida montiana, tanto apprezzato dagli investitori di tutto il mondo. Quel premier canuto aveva molto insistito proprio sulla corruzione come fardello che grava sulle prospettive di ripresa, sulla prassi delle tangenti che tiene alla larga gli investimenti stranieri. Purtroppo persino il sultano del Quatar – paese 28° in classifica, anni luce dall’Italia – ha rifiutato le profferte di Monti, che cercava di fargli spostare da noi un po’ di capitali, perché nel belpaese c’è troppa corruzione. Imperterrito, Monti ha puntato sul contrasto alla corruzione per giocare le sue carte di “salita in campo” col partitino personale di Scelta Civica, portando pervicacemente a compimento a spron battuto, nell’ottobre 2012, l’operazione di marketing politico di approvazione della sedicente “legge-anticorruzione”. Una legge che, oltre ad accorciare i tempi di prescrizione mandando liberi un bel po’ di imputati eccellenti, ha inopinatamente prodotto – si presume all’insaputa di molti tra i suoi stessi sostenitori – anche le norme su incandidabilità e decadenza poi costate care al pregiudicato Berlusconi.

Ebbene, di fronte alla conclusione, o almeno al conclamato appannamento dell’era berlusconiana, all’introduzione della questione della lotta alla corruzione ai vertici dell’agenda politica, all’approvazione delle prime disposizioni asseritamente anticorruzione dai tempi di mani pulite, come sono mutate le percezioni degli osservatori internazionali? Se l’indice della corruzione misura in 100simi il livello di trasparenza e integrità l’Italia, dopo essere sprofondata negli ultimi tre anni nella peggiore posizione di sempre, registra nel 2013 un miglioramento in termini assoluti di un centesimo, da 42 a 43, che le è valso una risalita di tre posizioni. Sissignore, addirittura un centesimo. Coraggio, c’è di che essere ottimisti. Di questo passo, per raggiungere gli altri più virtuosi paesi europei – che ci distanziano appena di una cinquantina di punti – sarà sufficiente solo mezzo secolo, e l’approvazione di un’altra cinquantina di leggi anticorruzione. Ci aggiorniamo allora al Corruption Perception Index dei primi di dicembre del 2063…