Politica

Governo Letta-Alfano, la Bicamerale di ultima generazione

Giorgio Napolitano, pilastro ed artefice  primo ed assoluto di questo governo, “l’unico possibile” e “politico” secondo la sua testuale definizione, l’ha presentato come “nuovo, fresco, competente”.

Non ci sono i nomi più impresentabili che l’avrebbero reso indecente per i tantissimi elettori,  comunque traditi, e soprattutto indigeribile per l’Europa ed il contesto internazionale: non c’è fisicamente Berlusconi che pure si era proposto come ministro dell’Economia e nemmeno l’alter ego Brunetta; non c’è Schifani alla Giustizia nè altrove; non ci sono D’Alema né Amato o Violante.

Non c’è insomma, squadernata, la riproduzione della Bicamerale in forma di Governo come i nomi che circolavano alla vigilia lasciavano intendere. C’è la sostanza della “convergenza” di cui Berlusconi tiene le fila senza l’esibizione dei “Big”. Per il semplicissimo motivo che se ci fossero stati a quest’ora si sarebbe mobilitata una piazza ancora più incazzata di quella che ha reagito ai maneggi rivoltanti sull’elezione del presidente della Repubblica e che solo il senso di responsabilità del cittadino Beppe Grillo ha evitato di catalizzare.

E non c’è un plotone di ex-ministri del governo Berlusconi per lo stesso motivo, ma anche e soprattutto perché come è stato sottolineato da un commentatore certamente non filo-grillino come Piero Ignazi su Repubblica il loro inserimento avrebbe fornito “una plastica conferma della validità del loro operato fino al novembre del 2011”.          

E peggio ancora  avrebbe attribuito la patente “di verità incontestabile” alla bufala berlusconiana della caduta del suo governo e della nomina di Monti come “interruzione e tradimento di un onesto lavoro per il bene del paese” con il corollario della Merkel vampira unica responsabile del nostro stato di bancarotta preannunciata.

Se non c’è Berlusconi c’è però nella doppia carica di vicepresidente del Consiglio e, si badi bene, di ministro dell’Interno il suo delfino-portavoceAngelino Alfano, indimenticabile guardasigilli del suo quarto governo impegnato a tempo pieno sul Lodo a cui ha dato il nome e sulle intercettazioni, nel senso di sopprimerle.

Dunque, se non sono state consegnate le chiavi simboliche del governo a Berlusconi perché “l’ostilità dell’establishment internazionale”, come osserva Ignazi, non poteva consentirlo, il suo potere più che la sua influenza sul governo Letta si materializza plasticamente nel ruolo strategico di Alfano. Ed è indirettamente ma nettamente confermato dalla leggerezza dei ministeri assegnati al Pd, dove almeno ad una prima occhiata non sembrerebbe evidente che a prevalere sia stato lo sbandierato criterio della competenza (vedi l’Ambiente al “giovane turco”, responsabile del forum sulla giustizia del Pd, Orlando). Come pare fosse molto fondata la previsione profetica di Pippo Civati secondo il quale qualcuno dei franchi tiratori che ha impallinato Prodi l’avremmo visto al governo.

Certo, ci sono delle sorprese positive come la Cancellieri alla giustizia, al posto di quelli che circolavano alla vigilia e che superavano la sfera dell’immaginario, o Emma Bonino agli esteri. Ma queste novità, insieme all’elevato numero di donne e all’avvicendamento generazionale, non giustificano la scomposta glorificazione mediatica del nuovo esecutivo, celebrato con un’enfasi che non si era profusa nemmeno nei giorni di beatificazione del governo dei tecnici.

Letta, che tra molto altro diceva anche “mai al governo con Berlusconi”, sotto la guida occhiuta di Napolitano, è stato molto abile a “dosare” gli ingredienti (a favore del Pdl) e soprattutto a verniciare con una patina appetibile sotto il profilo dell’appeal generazionale e delle “quote rosa” la sua squadra. E va riconosciuto che Berlusconi, il quale ha tutto da guadagnare dalla “convergenza”, è stato molto astuto e “saggio” nel non tirare troppo una corda che è tutta dalla sua parte.  

Tanto se non dovesse ottenere tutto quello che vuole farà sempre in tempo a ribaltare il tavolo, prevedibilmente dopo una bella nomina a senatore a vita che difficilmente Napolitano gli negherà e che gli garantirà un bel tasso di immunità for ever.      

Poi a tempo debito via verso una “formidable” campagna elettorale contro un Pd ulteriormente “ridimensionato” o con quello che ne resterà dopo questa performance da larghe intese e con l’attestato di “statista” appuntato sull’impeccabile doppiopetto.

Non possiamo che confidare nell’opposizione, purché non sia troppo soft, come qualcuno ha già preannunciato.