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Da Rabat a Bamako, la violenza ai confini dell’Europa rischia di travolgerci

Mi dispiace davvero non aver potuto seguire con la dovuta attenzione l’interessante dibattito scaturito dal mio ultimo post su Casa Pound ma, immagino, avremo modo di tornarci. Ieri mi trovavo a Rabat per seguire il processo ai militanti saharawi di cui ho parlato in un mio post di qualche giorno fa, processo che dovrebbe concludersi oggi. Nei due giorni scorsi ho assistito a due udienze nel corso delle quali sono state assunte le poche prove a disposizione dei giudici e  si sono svolte le requisitorie del pubblico ministero e parte delle arringhe degli avvocati. Come riconosciuto dalla stampa, le testimonianze rese hanno confermato l’estraneità degli imputati alle gravi accuse loro mosse. Si tratta quindi di un processo squisitamente politico contro ventiquattro attivisti dei diritti umani e dirigenti del movimento. Si spera quindi che oggi la Corte militare ne prenda atto e li assolva anche se si possono nutrire forti sospetti sulla sua effettiva indipendenza. Ma oggi vedremo.

Su questi conflitti occorre riflettere e intervenire nel modo giusto. Perché la violenza si sviluppa con forza ai margini dell’Europa e rischia di sommergerci, a meno che non si trovino soluzioni alternative basate su democrazia e giustizia. Alla radice di questa violenza ci sono negazioni di diritti sociali elementari. Di dignità, lavoro, giustizia. Nel caso del Sahara occidentale si saldano con rivendicazioni nazionali che hanno una base storica precisa.

Ma il malessere è generale. Non ci si illuda di risolvere questa situazione, come nel Mali, con interventi militari che lasciano il tempo che trovano. Quello che serve è un nuovo rapporto tra i Paesi e tra i popoli, il rifiuto della guerra, del razzismo e dello sfruttamento. L’ipocrisia con la quale l’Occidente affronta il resto del mondo va combattuta perché costituisce la causa di fondo di questa situazione.

Ad esempio, nel caso del Sahara occidentale, sono state legittimate le pretese annessionistiche del Marocco, fino all’attuale incancrenimento della situazione. La stessa cosa è stata fatta in Palestina e rispetto alle rivendicazioni avanzate dai curdi. Sempre nell’illusione malsana di tenere lontani da noi questi focolai di tensione. Lo stesso è stato fatto riguardo ai popoli arabi assoggettati ai dittatori. L’Europa è stata capace solo di costruire muri, che come tutti i muri, sono destinati a crollare.

Una politica miope e bottegaia, volta solo a garantire interessi di breve periodo. Questa logica va ribaltata nell’interesse di un futuro migliore per tutti i popoli del Mediterraneo, nessuno escluso. Vanno trovate soluzioni basate sulla pacifica convivenza e la cooperazione tra popoli e governi. Questo il senso profondo delle rivoluzioni arabe che vanno appoggiate garantendo il carattere pacifico, civile e trasformatore.

Ecco quindi il senso dei tre giorni di campagna elettorale che, anche come candidato di Rivoluzione Civile, oltre che come giurista democratico, ho voluto spendere qui in Marocco. Nella consapevolezza della necessità di una nuova coscienza mediterranea, uno spazio sempre più unificato da flussi incessanti e inarrestabili di gente e di idee.