Cultura

Non Volo

Paolo Nori, nella sua recensione apparsa sul Fatto del 25 novembre, Due Grandi Narratori italiani e cioè Marco Buticchi & Donato Carrisi, premette di non aver mai sentito nominare, e io con lui, né il primo, autore di La morte era da un passo da lui, né il secondo, autore, a me altrettanto sconosciuto, de Il Suggeritore, che pare abbia venduto la bellezza di 250 mila copie.

Malcom Pagani e Marco Travaglio sul Fatto del 18 dicembre, invece che dedicare due pagine poniamo a Paolo Sorrentino, uno dei rari registi italiani di spessore internazionale, hanno preferito dedicarle a un’intervista a Carlo Verdone. Il cineasta che ha dipinto la storia di un italiano come e più di Sordi racconta che quando frequentava il Centro Sperimentale “uno di Lotta continua (…) si alzò, girò le spalle [alla cattedra] e fece un peto” alla faccia di Rossellini, che interruppe la lezione e da quella volta non si fece più rivedere.

Bisogna ricordare che in quei fottuti anni, Lotta continua di peti ne distribuì a bizzeffe, a destra e soprattutto a manca, contribuendo al degrado culturale del Bel Paese d’allora, massivamente incrementato nell’ex bel paesino d’oggidì, dove la scuola conta meno che zero.

Luca Telese, sul Fatto del 23 dicembre, controbilanciato da un timido contro/pezzo di Nanni Delbecchi, verga: “ L’ex panettiere Fabio Volo (…) è ormai ovunque: in radio, al cinema, il libreria e presto in televisione…”. Perché?

E’ semplice, Fabio Volo ha un difetto imperdonabile, è un piccolo genio. (…) Mentre la critica storce il naso – continua il cronista – Volo è protagonista di un film che veleggia verso i 4 milioni di euro e che, manco a dirlo, è tratto da un suo romanzo…”. Ma pensa un po’.

E poi – prosegue Telese ri/ferendosi ancora al piccolo genioha scritto un altro libro, Le prime luci del mattino (…) che sta sbancando la top ten della narrativa italiana arrampicandosi sopra la vetta inumana del milione di copie”. Ma va?

Ma in un paese nonnista come il nostro – rincara Telese – Volo ha due difetti che per la critica puzza-sotto-il-naso sono imperdonabili: ha un pubblico popolare, piace alle donne (…) e poi riempie le sale. E, soprattutto, è giovane. Il che a dir poco è un crimine”.

Io credo che il crimine italiotto più azzardoso sia quello di ri/ferirsi in modo critico a chi ha, e non sempre a chi ha avuto, questo benedetto successo, indipendentemente dalla qualità dello stesso, dall’anagrafe di chi lo detiene e dai mezzi o mezzucci utilizzati per ottenerlo.

Chi infatti osi criticare il successo made in Italy rischia di passare per invidioso (Alberoni docet), anche perché in un Paese dominato dalla mediocrità, il successo non è comunque facilmente raggiungibile, anche se poi, chi lo raggiunge, subisce un processo di monumentalizzazione che certo non favorisce né il ricambio generazionale, né la memoria di chi questo maledetto successo l’ha magari avuto in precedenza.

Chi se ne frega infatti di una Goliarda Pazienza autrice misconosciuta de L’Arte della Gioia, inedito per anni in seguito al rifiuto dalle principali case editrici italiote, ma pubblicato in Francia e in Spagna, e soltanto poi da Einaudi. E chi si ricorda del quasi rimosso Daniele Luttazzi, evidentemente alieno a qualunque compro/messo. Per non dire di Carmelo Bene & chi più ne ha più ne metta.

A Malcom Pagani che sul Fatto del 23 dicembre, chiede a Paolo Poli cosa pensi di Fabio Volo, l’attore risponde: “Sembra il trionfo dell’imbecillità (…). E poi quell’altro, come si chiama? Baricco, ecco (…). Dio ci protegga, letteralmente una testa di c…. Ha presente la grandezza di Fratelli d’Italia di Arbasino?”.

Mi pare fosse il ’73 quando, sul volo Milano-New York, Lizzani, pronosticando la fine del cinema italiano, allora assai rispettato, ebbe a dire: “La politica non tollera più che tanto potere (leggi visibilità) sia detenuto da 20/30 tra cineasti, produttori, eccetera””

Di lì a poco il cinema made in Italy – in concomitanza con l’esorbitante ascesa del primato della politica e la conseguente, vertiginosa visibilità di politici nominati da lor medesimi – collassò regredendo a cinema nostrano, dando così la stura ai cine-rutto panettoni, osannati & riconosciuti persino da Hollywood Party, la mior trasmissione de la Rai dai tempi der cinema muto, come fino a ieri strillava il nazional-popolare Benigni, altro monumento a cavallo di questo cinema de noantri, sempre più spesso escluso dalle competizioni internazionali di rilievo.

Anche se enumerare per filo e per segno cause & concause di quanto sopra, richiederebbe ben altro spazio di quello di un sobrio post, tali cause & concause dovrebbero essere ricercate ne l’eclissi della borghesia italiana – come acutamente Giuseppe de Rita & Antonio Gallo nel loro omonimo saggio – stritolata non da un supposto proletariato – fascisti & borghesi ancora pochi mesi – ma dall’espansione del ceto medio che, nel vuoto pneumatico di meritocrazia, è riuscito a sostituire alla democrazia questa sorta di idiotocrazia, con conseguente annessa & connessa ammirazione delle terga delle mediocrità al potere, e relative aspirazioni a qualunque forma di manifestazioni sottoculturali sempre più deteriori.

Tornando all’ex panettiere di successo, Nanni Delbecchi ammette che “in una sola cosa il Volo scrittore è abile: nel descrivere il peggio della sua generazione. Vanitosa, materiale e fredda; frustrata, sfruttata e ambiziosa”.

Povera, poverina, poveretta generazione come del resto fors’anche il suo stesso cantore – mi permetto di concludere.