Calcio

Scontri, incendi e morti: Messico nel caos a quattro mesi dai Mondiali. Il tema sicurezza è un’incognita

L'uccisione del capo di uno dei più grandi cartelli della droga al mondo, Nemesio Oseguera alias “El Mencho”, ha letteralmente messo in subbuglio il paese

I Mondiali di calcio rischiano di giocarsi in condizioni di sicurezza preoccupanti. Nei mesi scorsi le minacce di Trump sullo spostamento delle partite che si giocheranno in città democratiche, poi i vari fatti di cronaca a Minneapolis, ora il problema si sposta in Messico, dove si svolgeranno diverse partite dei Mondiali in tre città diverse: Città del Messico, Monterrey e Guadalajara. E proprio a Guadalajara – luogo dove si giocheranno quattro match della fase a gironi -, l’uccisione del capo di uno dei più grandi cartelli della droga al mondo, Nemesio Oseguera alias “El Mencho”, ha letteralmente messo in subbuglio la città e non solo. Almeno 26 vittime, tra civili, criminali e uomini della sicurezza, incendi, strade bloccate, scontri tra le forze dell’ordine. Per capire la gravità della situazione: sono state chiuse le scuole e fermati tutti i campionati di calcio, compresa la Serie A.

Ucciso all’età di 59 anni, El Mencho era considerato l’ultimo dei principali narcotrafficanti dopo l’arresto dei fondatori del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán e Ismael “Mayo” Zambada, detenuti negli Stati Uniti. A capo del potente cartello di Jalisco Nueva Generación (Cjng), era uno dei narcotrafficanti più ricercati da Messico e Stati Uniti, che hanno offerto fino a 15 milioni di dollari per la sua cattura. “El Mencho” è stato ferito durante un’operazione nella città di Tapalpa, nello stato occidentale di Jalisco, ed è morto poco dopo mentre veniva trasportato in aereo a Città del Messico.

Da lì il panico: in risposta all’operazione, in 20 stati messicani è stata scatenata un’ondata di violenza. Uomini armati hanno bloccato diverse strade nello stato occidentale di Jalisco con auto e camion in fiamme. Gli Stati Uniti hanno esortato i cittadini di diverse zone del Messico, tra cui città e regioni turistiche come Cancún, Guadalajara e Oaxaca, a “rifugiarsi fino a nuovo avviso”. E si è fermato anche il calcio.

La maggior parte delle proteste si stanno svolgendo nello stato di Jalisco, dove appunto si trova la città di Guadalajara, teatro di quattro partite della fase a gironi dei Mondiali del 2026 previsti appunto tra Usa, Messico e Canada: a Zapopan (Guadalajara) si giocherà Messico-Corea del Sud, oltre alla gara d’esordio della formazione coreana. E poi anche Uruguay-Spagna e un match della Colombia contro una qualificata dai playoff. Altre quattro partite si giocheranno a Monterrey e altre cinque – tra cui la gara inaugurale tra Messico e Sudafrica dell’11 giugno – a Città del Messico. Tutti luoghi dove oggi sarebbe impossibile solo pensare di organizzare un evento di tale portata.

La situazione negli Usa

Problema sicurezza che negli Stati Uniti esiste già da diversi mesi. A settembre Trump aveva affermato che le partite della Coppa del Mondo 2026 potrebbero essere spostate in altre sedi. Se infatti la città ospitante designata fosse ritenuta non sicura, il presidente Usa potrebbe decidere di cambiare le sedi dei match. E il riferimento è alle città democratiche, gestite da “estremisti di sinistra”, ha spiegato il tycoon.

A ciò si sono aggiunte questioni legate alla sicurezza e alla politica internazionale. La sempre più crescente tensione per la politica estera del presidente Donald Trump, in particolare le sue mire sulla Groenlandia, ha creato malcontenti anche in alcuni paesi europei, che hanno anche minacciato il boicottaggio. Anche se a oggi sembra una possibilità remota. Senza dimenticare la questione Ice. Insomma, il conto alla rovescia verso il più grande evento calcistico a livello internazionale procede, ma il contesto attuale impone prudenza. Tra tensioni, violenze e timori di nuove escalation, la sicurezza è il vero banco di prova per Usa e Messico.