Olimpiadi

Olimpiadi, licenziato attivista palestinese che lavorava come steward: “Discriminato”. “No, è un radicale”

Ha l'asilo politico, incensurato, arrestato in Israele nel 2015 e oggi in piazza anche per i detenuti. Cacciato con un pretesto fasullo da un appaltatore della Fondazione Milano-Cortina. Poi: "Controlli di sicurezza non superati"

Un palestinese di 30 anni, rifugiato politico in Italia, è stato licenziato a Cortina, dove faceva lo steward per le Olimpiadi invernali. Non ha superato i controlli di sicurezza, a quanto risulta a il Fatto Quotidiano, perché è un attivista politico, partecipa ai cortei per Gaza a Roma dove vive dal 2021 e forse in una manifestazione ha tentato di bruciare una bandiera israeliana. Era in prima fila anche a L’Aquila in solidarietà con il connazionale Anan Yaeesh, poi condannato un mese fa in primo grado, per terrorismo, in un processo piuttosto discusso. Niente di davvero grave, è incensurato, ma i nostri apparati di polizia e di intelligence hanno dato parere negativo. È il secondo caso a far discutere nel giro di pochi giorni, dopo l’episodio del dipendente dello store olimpico che ha gridato “Free Palestine” ai tifosi israeliani entrati mostrando le bandiere: è stato poi sostituito nel turno.

“Ho lavorato lì fino al 3 febbraio, facevo i controlli agli ingressi con il security scan. Il 4 febbraio avevo il turno dalle 14 alle 22, la mattina il mio responsabile mi manda un vocale su whatsapp e dice di chiamarlo con urgenza, lo chiamo e mi dice: ‘Guarda, mi dispiace ma hanno fatto i controlli di sicurezza e c’è qualche problema, dicono che sei stato in prigione. Io non so niente di più ma devi andare via’. Mi dice che potevo sapere qualcosa di più alla Questura di Roma. Gli ho chiesto più volte: ‘Ma il problema è la mia nazionalità?’. Non ha risposto”, racconta il giovane di Nablus, Cisgiordania, che in pochi mesi nel 2022 ottenne lo status di rifugiato politico nel nostro Paese.

Lo chiameremo Mohammed per non esporlo troppo. In carcere, un carcere israeliano, ci è stato davvero, quando aveva appena vent’anni. Li chiamano “generazione Oslo”, sono i ragazzi cresciuti nella consapevolezza che gli accordi sui “due popoli due Stati” del 1993 non avrebbero portato allo Stato di Palestina. “A Nablus – ricorda – facevo parte dei gruppi universitari. Nel 2015, alle 3 di notte, i militari israeliani sono venuti a casa mia e di tanti altri. Mi hanno arrestato, mi hanno tenuto un anno e mezzo”. In Cisgiordania succede, i palestinesi ritenuti pericolosi fanno ben più di un anno e mezzo. “Poi sono uscito – racconta ancora Mohammed –, mi sono laureato in Scienze politiche e nel 2021 ho approfittato di un volo che faceva scalo a Roma e ho chiesto asilo. Qui ho fatto l’autista, il barman in discoteca, ho lavorato in un autonoleggio”. Fino alla pessima esperienza alle Olimpiadi di Cortina.

Lo assume il 24 gennaio One Group, che ha un appalto della Fondazione Milano Cortina. E’ una Srl romana da poco meno di 6 milioni di fatturato (2024) che organizza eventi e impiega centinaia di dipendenti l’anno, per lo più a termine. Lavora anche agli Internazionali di tennis di Roma e per altre federazioni sportive. A Mohammed fanno un contratto di sette settimane fino a metà marzo, livello 5 della Vigilanza privata – un contratto collettivo dichiarato dalla Cassazione al di sotto della soglia di costituzionalità – ovvero 8 euro netti l’ora comprensivi di riposi, ferie, tredicesima, straordinari e festivi, più 20 euro al giorno per mangiare. Pagamento entro metà maggio. Il 25 lo portano a Cortina. “Eravamo sette su un van”, racconta Mohammed. Lo tengono un paio di giorni in attesa. “Dormivo con altri tre a Vanes di Cadore, due per stanza. Altri stanno peggio, anche in nove con un solo bagno”. Le cronache dei giorni scorsi sono piene di contestazioni sindacali per le condizioni di lavoro alle Olimpiadi, dai turni anche di 12-14 ore alle paghe e agli alloggi. Hanno protestato, per la loro parte, anche sindacati di polizia e militari.

Il 28 comincia e fino al 3 febbraio tutto bene. “Nessun problema”, assicura Mohammed. I controlli di polizia avrebbero potuto farli prima, invece il massimo livello di sicurezza scatta solo dal 4 – in vista dell’apertura dei giochi il 6 – e quel giorno gli arriva il licenziamento a voce, quasi da caporali nelle campagne. “Volevano farmi partire subito – dice – e ho risposto che volevo un documento scritto. Me l’hanno mandato il giorno dopo, sempre su whatsapp”. E ce lo fa vedere sul telefonino.

La lettera è arrivata alle 14,36 del 5 febbraio, datata però 3 febbraio: “Risoluzione del rapporto di lavoro, a causa del mancato superamento del periodo di prova. Il Recesso diventa operativo con effetto immediato dal 04/02/2026”, cioè il giorno prima. La lettera è curiosa, al posto del nome del destinatario c’è scritto solo “Spett.le”. Chissà cosa vale davanti a un giudice. Il periodo di prova era di “sette giorni di effettiva prestazione lavorativa” ed erano scaduti il 3, se non prima, osservano le avvocate Giulia Di Pasqua e Marianna Raffa dello studio LawforChange e Alessia Ragusa, che hanno impugnato il licenziamento e chiedono i danni a One Group e alla Fondazione Milano Cortina.

Abbiamo chiamato il coordinatore di Mohammed, non ha nemmeno provato a negare di avergli parlato di problemi di sicurezza e informazioni di polizia. Poi finalmente l’azienda ci ha mandato, tramite un ufficio stampa, una nota che smentisce la sua stessa lettera di licenziamento. Salta qualsiasi riferimento al periodo di prova: per lavorare ai Giochi Olimpici, scrive One Group, bisogna “superare un check di sicurezza da parte dell’ufficio accrediti di Fondazione Milano Cortina. Nel caso di specie – spiegano – questo check non è stato superato. Non siamo a conoscenza delle motivazioni”.

Ah sì? Allora deve aver tirato a indovinare il coordinatore di One Group che, secondo Mohammed, gli ha detto di sapere che era stato in carcere. Le avvocate del lavoratore sottolineano che il loro assistito in Italia non ha precedenti, come nei Territori Palestinesi. Solo “un arresto arbitrario” e “una detenzione arbitraria per motivi politici” in Israele, scrivono nell’impugnazione. Il mancato superamento del controllo di sicurezza, però, sembra dipendere soprattutto dall’attivismo politico del giovane palestinese in Italia in ambienti considerati radicali. Che in sé, ovviamente, è legittimo. “Non l’abbiamo arrestato, c’è stato solo un parere negativo al suo impiego alle Olimpiadi, sulle quali c’è la massima attenzione”, ci spiegano dai nostri apparati di sicurezza.

“La vicenda personale del lavoratore – si legge in una nota delle avvocate Di Pasqua, Raffa e Ragusa – si inserisce in un più ampio quadro di violazioni dei più basilari principi di tutela del lavoro commesse da società che lavorano nell’ambito dell’evento Olimpiadi. Il lavoratore, dopo aver lavorato per giorni in condizioni più che precarie, al limite dello sfruttamento, con paga orario al di sotto di ogni minimo costituzionalmente previsto, con turni di 12 ore e con previsione di un pagamento della retribuzione due mesi dopo la fine prevista del rapporto di lavoro, ha subito un evidente trattamento discriminatorio a causa della sua nazionalità ed è stato licenziato ingiustamente con una motivazione del tutto pretestuosa per cui ricorreremo alla magistratura del lavoro”.