
Donald Trump ha dichiarato di assumere quotidianamente un'alta dose quotidiana di aspirina. Quali sono i benefici e quali i danni all'organismo? Lo spiega il professor Giovanni Nano
Le parole di Donald Trump, che in un’intervista al Wall Street Journal ha rivelato di assumere da circa 25 anni una dose quotidiana di aspirina maggiore di quella comunemente consigliata dai medici (325 mg al giorno contro la “bassa dose” di ~81 mg), hanno riacceso un tema che va ben oltre il caso personale. L’acido […]
Le parole di Donald Trump, che in un’intervista al Wall Street Journal ha rivelato di assumere da circa 25 anni una dose quotidiana di aspirina maggiore di quella comunemente consigliata dai medici (325 mg al giorno contro la “bassa dose” di ~81 mg), hanno riacceso un tema che va ben oltre il caso personale.
L’acido acetilsalicilico è uno dei farmaci più usati al mondo, spesso percepito come innocuo, ma negli ultimi anni la scienza ha rivisto in modo significativo indicazioni, dosaggi e benefici, soprattutto in ambito cardiovascolare. In particolare, le linee guida attuali tendono a privilegiare un uso mirato e a bassa dose per la prevenzione, piuttosto che un’assunzione indiscriminata ad alte dosi senza chiara indicazione clinica.
L’aspirina agisce come antiaggregante piastrinico, riducendo la tendenza delle piastrine a formare trombi. Questo effetto è ben documentato e clinicamente utile soprattutto in prevenzione secondaria, cioè in pazienti che hanno già avuto infarto, ictus o altri eventi aterotrombotici. Negli ultimi anni, però, le linee guida hanno ridimensionato il ruolo dell’aspirina nella prevenzione primaria (in chi non ha mai avuto eventi), perché il beneficio assoluto è modesto e spesso bilanciato da un aumento del rischio di sanguinamenti. Oggi si parla di uso selettivo e decisione condivisa tra medico e paziente.
L’utilizzo di aspirina in prevenzione primaria, ovvero con un paziente asintomatico e con nessun evento cardiovascolare in anamnesi, è piuttosto controverso – spiega al FattoQuotidiano.it il professor Giovanni Nano, Direttore Uoc Chirurgia Vascolare, Irccs Policlinico San Donato di Milano. Diversi studi hanno dimostrato che non ci sono forti evidenze di maggiori benefici a livello cardiovascolare nei pazienti che assumono aspirina a bassa dose rispetto a quelli che non la assumono. Nonostante ciò, specificatamente nel mio ambito di chirurgia vascolare, l’aspirina in prevenzione primaria viene molto utilizzata, soprattutto nel distretto carotideo. In alcuni casi gli esperti consigliano l’uso dell’aspirina anche in persone che non hanno sintomi, ma presentano un restringimento significativo delle carotidi (oltre il 50%).
Per quanto riguarda la prevenzione secondaria, invece, tutti gli studi sono concordi nel dimostrare la netta efficacia di asprina a basse dosi nel prevenire nuovi eventi cardiovascolari. Per esempio diverse ricerche hanno dimostrato che iniziare il prima possibile l’aspirina dopo un evento ischemico (in questo caso cerebrale) riduce il rischio di nuovi eventi fino al 70%.
In generale, dopo un evento cardiovascolare, l’uso di farmaci antiaggreganti è considerato uno standard di cura, a prescindere da un intervento chirurgico, perché riduce in modo documentato il rischio di nuove complicanze.
Per quanto riguarda l’uso dell’aspirina in prevenzione primaria (quindi con paziente asintomatico) questa non è raccomandata, come prevenzione secondaria ha una forte raccomandazione, indipendentemente dalla gravità dei sintomi. Nessuno studio evidenzia una maggior efficacia dell’aspirina ad alte dosi, piuttosto si presenta un aumento degli effetti collaterali”.
Che succede a livello fisiologico quando l’aspirina agisce come antiaggregante piastrinico? In quali casi questo effetto diventa clinicamente rilevante?
“L’aspirina è un inibitore di enzimi che si chiamano Cox-1 e Cox-2 che partecipano in modo fondamentale all’aggregazione piastrinica. Essenzialmente, le piastrine per funzionare, e quindi per far coagulare il sangue e riparare lesioni dei vasi sanguigni, hanno bisogno di ‘aggregarsi’ quindi di legarsi fra di loro in numero sempre crescente per formare un coagulo, che è appunto un insieme di piastrine e di altri fattori. Cox-1 e Cox-2 sono due enzimi senza i quali l’aggregazione piastrinica non è possibile, per cui l’aspirina impedisce alle piastrine di legarsi fra di loro e quindi di formare il coagulo.
Quali sono i principali rischi di effetti avversi legati all’uso quotidiano di aspirina ad alte dosi (come 325 mg), soprattutto in pazienti di età avanzata o con comorbidità?
“Il principale effetto collaterale dell’aspirina è il danno alla parete gastrica, con insorgenza di gastrite e, nei casi più gravi ulcere peptiche con elevato rischio di sanguinamento. I farmaci della classe dell’aspirina, se assunti ad alte dosi e per lunghi periodi, sono inoltre nefrotossici, diminuiscono quindi sensibilmente la funzionalità renale anche in maniera permanente se non sospesi per tempo.
In ultimo va considerato ovviamente l’effetto principale dell’aspirina, l’antiaggregazione, che se troppo elevata, aumenta il rischio di sanguinamento con formazione di ematomi ed emorragie anche spontanee (non post-traumatiche)”.