
. Il trend spopola sui social e riceve l'endorsment di Jennifer Aniston
Si chiama mobility training ed è il nuovo mantra del fitness che promette di farci invecchiare meglio. Non è stretching, non è yoga e non è nemmeno il solito allenamento funzionale: è un lavoro mirato sulle articolazioni per recuperare e mantenere ampiezza, controllo e forza nei movimenti. Nato in ambito fisioterapico e riabilitativo, oggi l’allenamento […]
Si chiama mobility training ed è il nuovo mantra del fitness che promette di farci invecchiare meglio. Non è stretching, non è yoga e non è nemmeno il solito allenamento funzionale: è un lavoro mirato sulle articolazioni per recuperare e mantenere ampiezza, controllo e forza nei movimenti. Nato in ambito fisioterapico e riabilitativo, oggi l’allenamento della mobilità sta uscendo dalle nicchie per intercettare una fascia molto concreta: gli over 50, quando rigidità, dolori ricorrenti e piccoli “blocchi” (collo, schiena, anche) iniziano a farsi sentire anche senza traumi evidenti. Il trend è diventato più “cool” grazie ai social, ai podcast sulla longevità. E anche grazie agli endorsement: Jennifer Aniston, per esempio, ha attribuito la sua forma fisica “agile” a sessioni regolari con un metodo che mescola Pilates e fisioterapia e mette la mobilità al centro. Ma al di là dell’effetto celebrity, la domanda vera è un’altra: dopo i 50, l’allenamento della mobilità è davvero uno strumento efficace per preservare autonomia e qualità della vita? E cosa dice, oggi, la medicina dello sport?
L’esperto: “Dopo i 50 anni cambia il comportamento delle articolazioni”
“Con l’età non ‘si irrigidiscono’ solo i muscoli, ma cambia soprattutto il comportamento delle articolazioni e del sistema neuromuscolare che le controlla – spiega al FattoQuotidiano.it il professor Rolando Bolognino, biologo nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva. Riduzione del liquido sinoviale, perdita di elasticità capsulo-legamentosa, minore attivazione dei muscoli stabilizzatori e più sedentarietà fanno il resto. Una quota di rigidità è fisiologica, ma gran parte di dolori a collo, schiena e anche non è inevitabile: è spesso l’effetto di articolazioni che non vengono più portate regolarmente a fine corsa in modo controllato. La buona notizia è che questa perdita di mobilità è in parte recuperabile, anche dopo i 50, se si lavora su ampiezza di movimento e controllo, non solo su stretching passivo”.
L’allenamento della mobilità può aiutare a prevenire infortuni e cadute negli over 50?
“Sì, ma con una precisazione importante: non perché ‘allunga’, ma perché migliora il controllo del movimento. Le evidenze più solide indicano benefici su equilibrio, coordinazione e stabilità articolare, fattori chiave nella prevenzione delle cadute. Una recente meta-analisi sul Journal of Sports Sciences mostra miglioramenti funzionali nella maggioranza degli studi analizzati. Il punto non è diventare più flessibili, ma più competenti nel muoversi, soprattutto in situazioni impreviste, che sono quelle in cui avvengono gli infortuni”.
La mobilità andrebbe allenata prima che compaiano i dolori, a qualsiasi età?
“Certamente. Dal punto di vista della medicina dello sport, la mobilità è una ‘assicurazione funzionale’ a lungo termine. Lavorare su anche, colonna e spalle in età giovane riduce compensi, sovraccarichi e microtraumi che negli anni diventano dolore cronico. Aspettare che compaia il dolore è come occuparsi dei denti solo quando serve una devitalizzazione: si può fare, ma si arriva tardi e con meno margine di recupero”.
Quanto basta e cosa evitare: c’è il rischio che anche la mobilità diventi una moda?
“Il rischio esiste, come per ogni trend fitness. Bastano 5-10 minuti al giorno, con movimenti semplici, lenti e controllati, focalizzati su anche, colonna e caviglie. Da evitare sequenze acrobatiche, forzature a freddo e imitazioni viste sui social senza contesto. La mobilità efficace non deve ‘spettacolarizzare’ il movimento, ma renderlo più stabile e sicuro. Se diventa una performance, ha già perso il suo senso”.